Una riflessione psicologica nel linguaggio dell’artificiere
di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa
Theodore Kaczynski, conosciuto come Unabomber, condusse negli Stati Uniti una lunga campagna di attentati tra il 1978 e il 1995. Ma se vogliamo comprenderne il percorso, senza naturalmente giustificarlo, dobbiamo andare oltre l’ordigno.
Dobbiamo cercare l’innesco.
È una distinzione che considero fondamentale – comprendere non significa giustificare.
Nel lavoro dell’artificiere l’esplosione è l’ultimo evento di una sequenza, prima dell’esplosione esiste un sistema, esistono componenti, collegamenti, condizioni e, soprattutto, un innesco.
Anche nel comportamento umano, qualche volta, osserviamo soltanto l’esplosione finale.
Io invece voglio partire da prima.
Prima dell’ordigno c’è un pensiero
Kaczynski non era semplicemente un uomo che costruiva bombe. Aveva elaborato una propria interpretazione della società moderna e del rapporto tra tecnologia, libertà individuale e sistema industriale.
Nella sua visione, il progresso tecnologico non rappresentava soltanto uno strumento dell’uomo – stava diventando uno strumento capace di controllare l’uomo.
Qui, psicologicamente, trovo il primo elemento interessante.
Non necessariamente l’idea iniziale.
Il problema è ciò che accade quando un’idea diventa assoluta.
Possiamo criticare la tecnologia, possiamo pensare che determinate forme di progresso riducano la libertà, possiamo perfino costruire una filosofia radicalmente contraria alla società nella quale viviamo.
Tutto questo appartiene ancora al pensiero.
Il passaggio decisivo avviene quando non diciamo più –
«Io vedo il mondo in questo modo.»
Ma cominciamo a pensare –
«Il mondo è così e chi non lo comprende fa parte del problema.»
È in quel momento che il pensiero rischia di trasformarsi in una stanza senza finestre.
L’isolamento come camera di risonanza
Kaczynski visse per anni in una piccola e spartana abitazione nel Montana, lontano dalla società che contestava.
L’isolamento, da solo, naturalmente, non produce violenza. Milioni di persone cercano la solitudine senza fare del male a nessuno.
Ma nel suo caso possiamo utilizzare quell’isolamento come spunto per una riflessione più generale.
Quando un pensiero non incontra più sufficientemente il confronto, l’obiezione, il dubbio e la presenza dell’altro, può diventare una camera di risonanza.
Io penso, poi ripenso a quello che penso, trovo nuovi elementi che confermano ciò che penso, interpreto ciò che accade attraverso quello stesso pensiero e, progressivamente, rischio di non cercare più informazioni.
Cerco conferme.
Nel linguaggio che sto costruendo sulle emozioni potremmo chiamare questo meccanismo riattivazione.
Un pensiero alimenta un’emozione, l’emozione modifica il modo di interpretare la realtà, quella nuova interpretazione alimenta nuovamente il pensiero.
Si crea un circuito.
PENSIERO → EMOZIONE → INTERPRETAZIONE → CONFERMA → NUOVO PENSIERO
E il circuito può diventare sempre più chiuso.
Dalla frustrazione alla costruzione del nemico
C’è un altro passaggio che considero fondamentale.
La frustrazione nasce quando incontriamo un ostacolo tra ciò che desideriamo e ciò che la realtà ci permette di ottenere.
Ma la frustrazione non conduce automaticamente alla violenza.
La domanda è un’altra –
che cosa facciamo della nostra frustrazione?
Possiamo elaborarla, possiamo modificarci, possiamo protestare, possiamo scrivere, possiamo discutere, possiamo cercare altre persone con cui confrontarci.
Oppure possiamo cercare un responsabile.
Ed è qui che può comparire una delle trasformazioni psicologicamente più pericolose –
il problema acquista un volto.
Non combatto più un’idea, comincio a combattere le persone che, nella mia mente, rappresentano quell’idea.
La persona concreta rischia così di perdere la propria individualità.
Non è più un essere umano con una storia, una famiglia, paure e desideri.
Diventa un simbolo.
E quando trasformiamo una persona in un simbolo diventa psicologicamente più facile colpirla.
La distanza dell’ordigno
Qui entra il mio mestiere.
L’ordigno possiede una caratteristica particolare – permette, in determinate circostanze, di separare chi compie l’azione da chi ne subisce le conseguenze.
Chi prepara un dispositivo può non vedere il volto della vittima nel momento dell’esplosione, può non sentirne la voce, può non assistere direttamente alle conseguenze.
Questa distanza fisica può diventare anche una distanza psicologica.
Per questo, quando osservo il caso Kaczynski, non mi interessa soltanto chiedermi come fossero costruiti i suoi ordigni.
Mi interessa una domanda molto più difficile –
come si costruisce dentro un essere umano la distanza necessaria per accettare che uno sconosciuto possa morire per rappresentare un’idea?
È questa, per me, la domanda psicologica centrale.
Il controllo
Un ordigno spedito a distanza contiene inoltre un paradosso.
Chi lo invia non controlla completamente ciò che accadrà.
Eppure ha preparato ogni elemento affinché, quando determinate condizioni si verificheranno, l’evento avvenga.
È una forma di controllo differito.
E qui vedo un’altra possibile chiave di lettura del comportamento umano.
Quando una persona percepisce il mondo come qualcosa di enorme, incontrollabile e ostile, può nascere il bisogno di recuperare una sensazione di potere.
Non possiamo concludere automaticamente che questo spieghi psicologicamente Kaczynski, sarebbe troppo semplice.
Ma come principio generale è importante.
L’essere umano sopporta male la sensazione di impotenza e alcune persone possono cercare di trasformarla in controllo.
Nel linguaggio dell’artificiere direi –
l’impotenza cerca un interruttore.
Premere quell’interruttore significa poter dire, almeno per un momento –
«Adesso sono io a determinare ciò che accade.»
L’ideologia come giustificazione
Esiste poi un passaggio ancora più delicato.
Quando una persona compie un’azione violenta, deve in qualche modo riuscire a convivere con ciò che sta facendo.
Una delle possibilità è costruire una giustificazione superiore.
Non sto facendo questo per me, lo faccio per un principio, per la libertà, per la società, per il futuro.
È un meccanismo estremamente pericoloso perché può trasformare la responsabilità personale in una presunta missione.
L’idea diventa più importante della persona.
E quando un essere umano comincia a considerare la propria idea più importante della vita degli altri, siamo davanti a un passaggio che dovrebbe sempre metterci in allarme.
L’errore più grande: confondere intelligenza e saggezza
Il caso Kaczynski ci lascia anche un’altra riflessione.
Una grande capacità intellettuale non garantisce equilibrio.
Si può possedere una notevole capacità logica e utilizzare quella stessa capacità per costruire una visione sempre più chiusa.
L’intelligenza può aiutarci a trovare risposte, la saggezza dovrebbe insegnarci anche a mettere in discussione le nostre risposte.
Sono due cose differenti.
Una mente molto capace può costruire argomentazioni sofisticate anche intorno a una convinzione sbagliata.
Per questo considero il dubbio uno dei più importanti sistemi di sicurezza della mente.
Il dubbio non significa debolezza, significa lasciare aperta una via di fuga dal nostro stesso pensiero.
Il vero disinnesco
Quando lavoravo davanti a un possibile ordigno, una delle prime regole era semplice –
non fidarsi dell’apparenza.
Osservare, studiare, cercare ciò che non torna, non compiere il gesto impulsivo e, soprattutto, non permettere alla fretta di decidere.
Credo che qualcosa di simile dovrebbe avvenire dentro di noi.
Quando un pensiero comincia a occupare tutto lo spazio mentale, dobbiamo imparare a domandarci –
Sto osservando la realtà oppure sto cercando soltanto ciò che conferma la mia idea?
Sono ancora capace di ascoltare chi non la pensa come me?
Sto combattendo un problema oppure ho bisogno di trasformare qualcuno nel mio nemico?
La mia rabbia sta diminuendo oppure continuo a riattivarla attraverso i miei pensieri?
Sto cercando una soluzione oppure sto cercando una giustificazione?
Queste domande sono strumenti di disinnesco.
La mia riflessione
Dopo tanti anni trascorsi a studiare ordigni, ho imparato una cosa apparentemente semplice –
l’esplosione non spiega mai completamente l’ordigno.
Bisogna tornare indietro, bisogna ricostruire la sequenza, e penso che questo valga anche per l’essere umano.
Nel caso di Theodore Kaczynski possiamo osservare le bombe, le vittime, gli scritti, l’isolamento e la sua radicale critica alla società tecnologica.
Ma, se vogliamo ricavarne una lezione più generale, dobbiamo guardare il percorso che può portare un pensiero a chiudersi progressivamente su se stesso.
Pensiero. Frustrazione. Rabbia. Isolamento. Conferma. Costruzione del nemico. Giustificazione. Azione.
Non è una formula automatica, e non è una diagnosi di Kaczynski – è una sequenza sulla quale vale la pena riflettere.
Perché tra il pensiero e l’azione esiste uno spazio, ed è proprio quello spazio che dobbiamo proteggere.
È lo spazio nel quale entrano il dubbio, il confronto, la ragione, l’empatia e la responsabilità.
Nel mio linguaggio lo chiamerei spazio di disinnesco.
Un artificiere cerca l’innesco prima dell’esplosione.
Forse dovremmo imparare a fare la stessa cosa con alcuni nostri pensieri.
Perché gli ordigni più pericolosi non sono sempre quelli che fanno più rumore.
A volte il primo innesco è una convinzione che, lentamente, ha smesso di accettare il dubbio.





