Austria, 1993-1997
Ci sono attentatori che vogliono uccidere una persona, altri invece vogliono colpire ciò che quella persona rappresenta.
Franz Fuchs appartiene soprattutto alla seconda categoria.
di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa
Tra il 1993 e il 1996 l’Austria fu attraversata da una campagna terroristica fatta di lettere bomba e ordigni, le vittime non venivano scelte casualmente, erano politici, sacerdoti, giornalisti e persone impegnate nell’assistenza ai rifugiati o nella tutela delle minoranze, uomini e donne che agli occhi dell’attentatore rappresentavano tutto ciò che egli considerava estraneo alla propria idea di Austria.
Dietro quella violenza c’era Franz Fuchs.
Un uomo solo.
Eppure, per anni, volle far credere che dietro gli attentati esistesse un’organizzazione, la Bajuwarische Befreiungsarmee, l’Esercito di Liberazione Bavarese.
È proprio da questa contraddizione che voglio partire, perché nel linguaggio dell’artificiere qualche volta ciò che circonda una bomba racconta dell’uomo che l’ha costruita quasi quanto l’ordigno stesso.
Prima dell’ordigno
Quando si osserva un attentatore seriale si rischia di commettere un errore, guardare immediatamente la bomba.
Io preferisco fare il contrario.
Prima guardo l’uomo.
Un ordigno possiede una struttura tecnica, una mente possiede invece una struttura emotiva, culturale e ideologica molto più complessa.
Fuchs era tecnicamente capace, metodico, organizzato, durante le indagini venne delineata la figura di un uomo solitario, tecnicamente competente, ordinato e istruito.
Ma nessuna competenza tecnica può spiegare perché un uomo decida di trasformare quella capacità in violenza.
La tecnica ci dice come.
La psicologia prova a comprendere perché.
E nel caso di Franz Fuchs il punto centrale, a mio avviso, è il nemico.
Il bisogno di costruire un nemico
Fuchs aveva una visione xenofoba e razzista della società, gli immigrati, i rifugiati, i Roma e coloro che lavoravano per favorirne l’integrazione diventavano, nella sua rappresentazione del mondo, responsabili di qualcosa.
Non erano più individui.
Diventavano categorie.
Questo passaggio psicologico è fondamentale, perché per fare del male a qualcuno bisogna spesso smettere prima di considerarlo una persona.
L’individuo viene sostituito da un’etichetta.
Non vedo più un uomo, vedo l’immigrato.
Non vedo più una famiglia, vedo gli stranieri.
Non vedo più un sacerdote che aiuta delle persone, vedo qualcuno che favorisce il mio nemico.
È un meccanismo estremamente pericoloso, perché permette all’odio di diventare astratto e quando l’odio diventa astratto può colpire chiunque appartenga alla categoria che abbiamo deciso di considerare nemica.
Dalla frustrazione all’odio
Nelle mie riflessioni sulle emozioni torno spesso su una distinzione, la rabbia è una reazione, la frustrazione può sedimentare, l’odio invece può organizzarsi.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio che trovo inquietante nel caso Fuchs.
La rabbia esplode.
L’odio può aspettare.
Può studiare, può scegliere, può costruire una giustificazione, può perfino convincere l’uomo che la propria violenza non sia più un crimine ma una missione.
È qui che l’ideologia può diventare pericolosa, non perché ogni ideologia conduca alla violenza, sarebbe assurdo sostenerlo, ma perché una visione estremizzata del mondo può fornire a una persona che sceglie la violenza una giustificazione morale per esercitarla.
L’uomo non pensa più soltanto io odio, arriva progressivamente a convincersi io devo intervenire.
Ed è un cambiamento enorme.
Perché l’odio ha trovato uno scopo.
La vittima simbolica
Le vittime di Fuchs avevano spesso un valore simbolico, il sacerdote che aiutava i rifugiati, il politico, il giornalista, chi lavorava con le minoranze.
Non era necessario conoscere personalmente quelle persone.
Era sufficiente ciò che rappresentavano.
Questo significa che l’attentatore non aveva bisogno di una relazione personale con la vittima, quella relazione esisteva già nella sua mente.
Ed è una delle caratteristiche più inquietanti del terrorismo individuale.
La vittima può non conoscere assolutamente il proprio aggressore, l’aggressore invece può averle già assegnato un ruolo preciso nel proprio universo mentale.
Colpevole.
Nemico.
Traditore.
Simbolo.
A quel punto la persona reale scompare e rimane soltanto il bersaglio.
La distanza
La lettera bomba possiede poi una caratteristica psicologica particolare – la distanza.
L’attentatore prepara, chiude, spedisce e poi si allontana.
Tra la mano che costruisce e quella che apre possono esserci chilometri e giorni, l’autore non deve necessariamente guardare negli occhi la persona che ferirà, non deve ascoltarne la voce, non deve assistere alle conseguenze immediate della propria azione.
La distanza fisica può diventare anche distanza emotiva.
Questo naturalmente non significa che chi utilizza un ordigno a distanza non comprenda le conseguenze delle proprie azioni, significa però che la tecnica consente di separare fisicamente e temporalmente il gesto dalle sue conseguenze.
L’azione viene preparata oggi, la sofferenza arriverà domani, altrove.
L’illusione del gruppo
C’è poi un elemento che considero particolarmente interessante.
Fuchs rivendicava gli attentati attraverso la Bajuwarische Befreiungsarmee.
Un esercito.
Una denominazione enorme rispetto alla solitudine dell’uomo che gli investigatori ritenevano responsabile degli attentati.
Qui vedo qualcosa che può andare oltre la semplice necessità di depistare le indagini, vedo anche la possibile costruzione di un’identità.
L’uomo solo diventa organizzazione, l’individuo diventa esercito, la propria voce diventa comunicato, la propria ossessione assume apparentemente la dimensione di una causa collettiva.
È quasi un ingrandimento artificiale dell’Io.
Non possiamo sapere con certezza quale fosse il processo interiore di Fuchs e sarebbe scorretto formulare diagnosi a distanza, possiamo però riflettere sul comportamento.
Quando una persona costruisce un’organizzazione inesistente intorno a se stessa non sta soltanto nascondendo la propria identità, sta costruendo una rappresentazione di sé, vuole che il mondo percepisca qualcosa di più grande dell’uomo che realmente esiste.
E anche questa può diventare una forma di potere.
Quattro uomini davanti a un cartello
Uno dei momenti più terribili della campagna terroristica arrivò nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1995, a Oberwart.
Josef Simon, Peter Sarközi, Karl Horvath ed Erwin Horvath, quattro uomini Roma, si avvicinarono a un cartello con una frase razzista collegato a una trappola esplosiva.
Morirono tutti e quattro.
Qui la distanza della lettera scompare, rimane la trappola, ma resta identico il principio psicologico.
Quegli uomini erano stati trasformati in rappresentanti di una categoria, non vennero colpiti per ciò che avevano fatto individualmente, vennero colpiti per ciò che rappresentavano nella costruzione ideologica dell’attentatore.
Ed è forse questo l’abisso più profondo dell’odio ideologico.
Non hai più bisogno di conoscere la vittima.
Ti basta riconoscerla come appartenente al gruppo che hai deciso di odiare.
La competenza non è intelligenza morale
Fuchs possedeva capacità tecniche e questo dato deve farci riflettere.
Essere tecnicamente preparati non significa essere equilibrati, essere intelligenti non significa possedere saggezza, essere capaci di costruire qualcosa di complesso non significa comprendere il valore della vita.
Durante la mia esperienza da artificiere ho imparato che davanti a un ordigno bisogna separare sempre due mondi – la capacità tecnica di chi lo ha realizzato e la ragione per cui lo ha realizzato.
Sono due cose completamente differenti.
Un circuito può essere perfetto, la motivazione che lo ha generato può essere profondamente distorta.
L’ordigno come linguaggio
Ed eccoci al punto che maggiormente mi interessa.
Per me una bomba è anche un linguaggio.
Naturalmente è prima di tutto un oggetto destinato a produrre distruzione, morte o intimidazione, ma quando viene utilizzata in una campagna terroristica comunica anche qualcosa.
La scelta della vittima comunica, il luogo comunica, il momento comunica, la ripetizione comunica, la rivendicazione comunica, perfino il silenzio dell’attentatore comunica.
Nel caso di Fuchs il messaggio appare abbastanza chiaro – queste persone sono il nemico.
La bomba serviva a trasformare quella convinzione in paura collettiva.
Ed è proprio qui che l’ordigno supera la propria dimensione fisica, perché l’esplosione dura un istante, la paura può durare mesi o anni.
Il controllo
C’è un’altra parola che utilizzerei per leggere questa storia – controllo.
Chi invia una lettera bomba decide molte cose, decide il destinatario, decide il mezzo, prepara le condizioni affinché qualcuno entri in contatto con l’oggetto e poi aspetta.
Per un uomo isolato, la possibilità di condizionare la vita di un intero Paese può rappresentare una gigantesca sensazione di potere.
La società parla di lui senza conoscerlo, la polizia lo cerca, i giornali raccontano gli attentati, le istituzioni modificano procedure e comportamenti, migliaia di persone iniziano a guardare una normale busta con sospetto.
Un uomo apparentemente invisibile riesce così a diventare presente ovunque.
Questo è uno dei paradossi del terrorismo – l’attentatore si nasconde fisicamente mentre cerca una gigantesca presenza psicologica.
Quando il mondo viene diviso in due
Nella mente radicalizzata il mondo tende progressivamente a perdere le sfumature.
Noi e loro.
Amici e nemici.
Puri e traditori.
Quando il pensiero arriva a questa semplificazione estrema, il dialogo diventa sempre più difficile, perché l’altro non viene più considerato una persona con cui confrontarsi ma un ostacolo.
E quando l’ostacolo viene disumanizzato, eliminarlo può apparire all’attentatore come qualcosa di giustificabile.
Questa è forse una delle lezioni più importanti che possiamo ricavare dalla storia di Franz Fuchs.
La violenza non comincia necessariamente con l’esplosivo.
Può cominciare molto prima.
Comincia nel linguaggio, quando una persona smette di essere chiamata per nome e diventa soltanto una categoria, quando la categoria diventa un problema, quando il problema diventa un nemico, quando il nemico viene considerato una minaccia e quando qualcuno decide che quella minaccia debba essere eliminata.
Il mio pensiero – Il Linguaggio dell’Artificiere
Da artificiere ho sempre guardato una bomba cercando di capire come funzionasse, oggi provo a fare qualcosa di diverso, cerco di capire che cosa c’è prima della bomba.
Franz Fuchs mi porta a una riflessione.
Un ordigno possiede sempre un innesco tecnico, ma anche l’uomo possiede i suoi inneschi.
La frustrazione, l’umiliazione, la rabbia, il bisogno di appartenenza, l’ideologia, il rancore, l’odio.
Nessuno di questi elementi preso isolatamente trasforma automaticamente una persona in un assassino, milioni di persone provano rabbia, frustrazione e umiliazione senza fare del male a nessuno.
Il passaggio decisivo arriva quando l’uomo costruisce una giustificazione alla propria violenza, quando riesce a convincersi che il male che sta facendo sia necessario, quando non considera più la vittima una persona ma la rappresentazione di qualcosa che deve essere combattuto.
È lì che dobbiamo guardare.
Perché l’ordigno che troviamo sulla scena è soltanto l’ultimo passaggio di una storia cominciata molto prima.
Prima si costruisce il nemico.
Poi si costruisce la giustificazione.
Infine si costruisce la bomba.
Questa, per me, è la vera lezione lasciata dal caso Franz Fuchs.
L’artificiere può neutralizzare l’ultimo innesco, la società deve imparare a riconoscere tutti quelli che vengono prima.
Raffaele Nocera
Il Linguaggio dell’Artificiere





