I “FANTASMI DELLA STELLA”

Estratto dal primo capitolo del romanzo Leyla Amazon:

Leyla Amazon

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa

Vico Castellina, nel cuore del Rione Stella, è un labirinto di scale e tufo a breve distanza da Via Foria. Mentre Gianni e Milena sorseggiano un caffè sul loro balcone, Arash e Leyla sono a meno di venti minuti a piedi, a pianificare la distruzione.

Il “basso” o vascio non è solo un’abitazione; è un palcoscenico e, al contempo, una ferita aperta nella storia della città. Nati nel XVII secolo durante la dominazione spagnola per ospitare la popolazione rurale che si riversava in una Napoli sovraffollata, questi monolocali furono ricavati dai magazzini e dalle rimesse per le carrozze dei palazzi nobiliari.

Nel Rione Stella, questi spazi sono incastrati nelle fondamenta, come se il peso del barocco napoletano gravasse direttamente sulle spalle di chi vi abita. La porta è quasi sempre aperta, protetta solo da una tenda leggera che si gonfia al vento dei motorini in corsa. Chi cammina per strada non è un passante, è un ospite involontario: respira l’odore del ragù che borbotta a pochi centimetri dai suoi passi e ascolta, suo malgrado, i segreti sussurrati dietro i paraventi.

All’interno, la luce naturale è un lusso; regna un crepuscolo elettrico alimentato dal neon. Le pareti spesse di tufo trasudano umidità e storia, mentre il soffitto a volta sembra voler riprendersi lo spazio che l’uomo ha rubato alla terra.

Il basso è una cassa di risonanza dove le liti, le risate e lo stridore delle sedie si fondono in un rumore bianco incessante. Accanto alla porta, un’edicola votiva cerca protezione tra San Gennaro e il proprio “sangue”, un piccolo altare profano dove convivono foto di defunti, candele elettriche e maglie del Napoli. In questi vicoli, la legge dello Stato arriva filtrata da secoli di diffidenza e da un codice d’onore non scritto, antico quanto il tufo stesso.

Da tre anni Arash e Leyla sono volti noti, rispettati dai vicini. Arash, corporatura atletica e sorriso rassicurante, si presenta come un rifugiato politico iraniano esperto di archeologia. In qualità di guida turistica è molto richiesto, conduce i gruppi nel Cimitero delle Fontanelle e nelle Catacombe.

Se le Catacombe sono il trionfo della fede, il Cimitero delle Fontanelle ne è l’ombra inquieta. Lì, nel ventre della Sanità, la maestosità lascia il passo al regno del “pezzentello”. Arash si ferma

davanti a una distesa di teschi ordinati con una cura che ha del maniacale. Accende un piccolo lumino, la cui fiamma danza sulle orbite vuote di una capuzzella posta su un fazzoletto di pizzo ingiallito.

“Sapete perché si chiama pezzentello?” chiede Arash, abbassando la voce fino a renderla un sussurro che sembra uscire dalle pareti stesse. “Dal latino petere, chiedere. È un’anima che non ha più nessuno. È un morto ‘pezzente’ perché è rimasto solo, senza una preghiera che lo tiri fuori dal fango del Purgatorio.

Ma a Napoli, nessuno resta solo per sempre.”

Arash racconta del refrisco, l’antico refrigerio. Spiega come le donne del quartiere scendessero in quella cava per “adottare” un teschio anonimo. Lo pulivano dal terriccio, lo lucidavano fino a farlo brillare come avorio e lo deponevano in una scatola, talvolta una povera cassetta di legno, talvolta una teca di marmo per chi poteva permetterselo.

“Il patto è semplice,” continua Arash, accarezzando con un dito guantato la sommità di un teschio. “Io ti do un nome, ti do un lumino e una casa. In cambio, tu appari nel mio sonno. Tu, che sei polvere ma vedi l’Invisibile, devi dirmi cosa

fare. Devi darmi i numeri del lotto, devi proteggere mio figlio, devi dirmi chi mi tradisce.”

Per dare un brivido ai suoi ospiti, Arash evoca la storia più celebre delle Fontanelle: quella del Capitano. Si dice che un giovane sposo, presuntuoso e scettico, avesse deriso una delle capuzzelle infilandole un bastone nell’occhio e invitandola sarcasticamente al proprio matrimonio. Il giorno delle nozze, tra gli invitati apparve un uomo misterioso vestito da ufficiale. Quando lo sposo gli chiese chi fosse, lo sconosciuto aprì la giacca mostrando le ossa nude e il petto squarciato. Lo sposo e la sposa caddero morti sul colpo, fulminati dal terrore di aver scherzato con chi non ha più carne.

Arash guarda i docenti di Beirut e gli uomini d’affari di Amman.

I loro volti sono pallidi sotto la luce dei neon. “Il pezzentello è l’anima dimenticata che torna potente perché qualcuno ha deciso di ascoltarla.

Noi siamo come loro,” dice con un sorriso che non raggiunge gli occhi. “Siamo i fantasmi che si muovono sotto i piedi di chi crede di possedere il sole. Ma ricordate: a Napoli si dice che il morto aiuta il vivo, ma se il vivo non mantiene la

promessa… il pezzentello viene a riprendersi il suo refrisco.”

Si volta e riprende a camminare nel buio, lasciando il gruppo a fissare quell’esercito di ossa che sembra attendere solo un ordine per rialzarsi. Leyla, con i suoi occhi profondi e un perfetto italiano dall’inflessione napoletana, si occupa di tour enogastronomici. È il ponte tra il lusso delle navi da crociera e il cuore pulsante del Rione. Ma la sua borsa, tra guide e bottiglie d’acqua, nasconde scanner di frequenza e fotocamere ad alta risoluzione per mappare gli obiettivi. Mentre spiega il segreto della “pizza a portafoglio” della pizzeria Di Matteo o la sfogliatella “frolla” della pasticceria Capparelli ai Tribunali, Leyla calcola i tempi di intervento delle forze dell’ordine nei vicoli stretti. Arash si muove tra le ombre delle Catacombe con una grazia ipnotica. Quel giorno il suo gruppo è ristretto, uomini d’affari di Amman e docenti di Beirut. Parlano tutti arabo, permettendogli di inserire sfumature che i turisti occidentali non coglierebbero.

“Guardate queste pareti,” dice Arash fermandosi davanti a un affresco. “I napoletani la chiamano ‘Città Obliqua’.

Credono che sopra ci sia la vita e qui sotto la morte. Ma voi sapete la verità, sottoterra c’è la memoria. E la memoria è l’unica cosa che rende un uomo immortale.”……..