Leonard Warwick. Australia, 1980-1985.Il bombardiere contro la giustizia

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa

Tra il 1980 e il 1985 l’Australia fu attraversata da una serie di attentati che colpirono magistrati, abitazioni private, un tribunale e, infine, un luogo di culto. Al centro di quella lunga vicenda sarebbe emerso molti anni dopo un nome: Leonard John Warwick, ex vigile del fuoco australiano.

Non era un terrorista politico nel significato tradizionale del termine. Non combatteva per un’ideologia e non cercava di imporre un progetto rivoluzionario alla società. La sua guerra aveva un’origine molto più personale.

Ed è proprio questo che rende il caso Warwick particolarmente interessante dal punto di vista psicologico.

Il conflitto che diventa persecuzione

La vicenda nasce nel contesto di una durissima controversia familiare con l’ex moglie. Warwick entrò in conflitto con il sistema della giustizia familiare australiana e, progressivamente, alcune delle persone coinvolte nelle decisioni che lo riguardavano diventarono bersagli.

Nel 2020 la Corte Suprema del New South Wales lo ha riconosciuto responsabile di tre omicidi e di una serie di attentati. Secondo quanto ricostruito nel processo, Warwick nutriva un profondo risentimento verso il giudice David Opas, che aveva trattato questioni relative alla sua controversia familiare. Opas venne ucciso nel 1980.

Negli anni successivi la violenza proseguì. Nel 1984 venne fatta esplodere l’abitazione del giudice Richard Gee, che sopravvisse insieme ai figli. Nello stesso anno fu colpito il tribunale della Family Court di Parramatta. Un altro ordigno venne collocato nell’abitazione del giudice Raymond Watson: nell’esplosione morì sua moglie Pearl.

Nel 1985 un ordigno esplose nella Kingdom Hall dei Testimoni di Geova a Casula, uccidendo Graham Wykes e ferendo numerose altre persone.

La giustizia australiana avrebbe impiegato decenni per arrivare alla condanna definitiva di Warwick.

La psicologia dell’attentatore: quando il torto diventa assoluto

È necessario essere prudenti quando si parla della psicologia di un criminale senza disporre di una valutazione clinica completa. Possiamo però osservare il comportamento accertato e individuare alcuni elementi particolarmente significativi.

Nel caso Warwick appare centrale il risentimento.

Il risentimento è diverso dalla rabbia immediata. La rabbia può nascere e spegnersi rapidamente. Il risentimento, invece, può conservarsi nel tempo. Il soggetto continua a ripercorrere ciò che considera un torto, lo alimenta e può arrivare a costruire intorno a esso una propria interpretazione della realtà.

Nel processo emerse la profonda ostilità di Warwick nei confronti del giudice Opas. La ricostruzione giudiziaria collegò inoltre la campagna di violenza alle persone che Warwick riteneva avessero agito contro i suoi interessi nella controversia con l’ex moglie.

È un passaggio psicologicamente importante.

Non esiste più soltanto: “Ho subito una decisione che considero ingiusta.”

Può formarsi invece un pensiero molto più pericoloso: “Chi ha preso quella decisione è responsabile di ciò che mi sta accadendo.”

Il conflitto non riguarda più una sentenza o una procedura. Assume un volto.

Il giudice, l’avvocato, l’istituzione o chi sostiene la persona percepita come avversaria possono diventare, nella logica dell’aggressore, parti dello stesso sistema ostile.

Dal singolo uomo all’istituzione

Qui troviamo probabilmente uno degli aspetti più inquietanti del caso.

Il bersaglio progressivamente si allarga.

Non viene colpita soltanto una persona. Vengono colpite abitazioni, magistrati e persino l’edificio della Family Court di Parramatta.

L’attentatore sembra così spostare il proprio conflitto dal livello personale a quello simbolico.

Non combatte più soltanto contro qualcuno. Combatte contro ciò che quel qualcuno rappresenta.

Il tribunale rappresenta la giustizia che ritiene gli abbia fatto un torto. Il magistrato rappresenta il potere che ha deciso sulla sua vita. Chi sostiene la controparte può essere inglobato nella medesima costruzione del nemico.

Questo non significa che Warwick avesse elaborato una vera ideologia contro lo Stato. Le risultanze giudiziarie indicano piuttosto una campagna di ritorsione originata dalla sua vicenda personale.

L’attentatore paziente

C’è poi un altro elemento particolarmente importante quando si studiano questi casi: il tempo.

Gli attentati non furono concentrati in poche ore o in pochi giorni. La sequenza si sviluppò nell’arco di anni.

Questo distingue un comportamento puramente impulsivo da una violenza nella quale compaiono pianificazione, attesa e scelta del bersaglio. La condotta attribuita a Warwick mostrò infatti preparazione, pianificazione e attenzione nell’esecuzione.

L’ordigno, in casi come questo, diventa qualcosa di più di un mezzo offensivo.

Permette di colpire senza necessariamente affrontare direttamente la vittima. Consente di preparare l’azione prima e lasciare che sia il dispositivo a completarla successivamente.

Tra attentatore e vittima si inseriscono così tempo e distanza.

Il vero innesco

Quando analizziamo un attentato siamo naturalmente portati a cercare l’innesco materiale.

Ma prima dell’innesco materiale può esistere un altro innesco.

Quello umano.

Nel caso Warwick, la ricostruzione giudiziaria mostra una sequenza nella quale una controversia familiare, il risentimento e l’individuazione di persone considerate responsabili finirono per accompagnare una campagna di violenza durata anni.

Ed è questa la lezione più importante che possiamo ricavare dal suo caso.

Un ordigno non nasce quando viene collegato l’ultimo componente.

Nasce molto prima.

Può nascere quando un conflitto non viene più percepito come qualcosa da risolvere, ma come qualcosa da vendicare; quando l’avversario smette di essere una persona con cui siamo in contrasto e diventa un nemico; quando il torto percepito occupa progressivamente tutto lo spazio del pensiero.

Leonard Warwick venne arrestato nel 2015. Nel 2020 fu riconosciuto colpevole di venti reati, compresi tre omicidi, e condannato a tre ergastoli senza possibilità di libertà condizionale.

Per decenni era rimasto il fantasma di una delle pagine più oscure della storia giudiziaria australiana.

La sua storia ci ricorda però qualcosa che va oltre la cronaca criminale.

L’esplosione è l’ultimo atto. L’innesco umano viene molto prima.