ATTENZIONE A NON SFIDARE I RAGAZZI CON IL METAL DETECTOR

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa

Sicurezza nelle scuole: il metal detector può essere uno strumento, ma non può diventare la soluzione

Dopo i recenti episodi di violenza nelle scuole italiane si è tornati a parlare dell’impiego dei metal detector agli ingressi degli istituti.

La preoccupazione è comprensibile. Quando un ragazzo entra a scuola con un coltello e ferisce un insegnante o un compagno, la prima domanda è inevitabile: come possiamo impedire che accada di nuovo?

Ma proprio quando la paura è forte bisogna evitare risposte apparentemente semplici a problemi complessi.

Parlo di questo argomento non soltanto da ex appartenente alla Polizia di Stato e artificiere antisabotaggio IEDD/EOD, ma anche sulla base di anni di esperienza nel settore della sicurezza aeroportuale.

Ho prestato servizio negli aeroporti di Roma Fiumicino, Napoli Capodichino e Salerno. A Salerno mi sono inoltre occupato per anni della formazione del personale addetto alla sicurezza aeroportuale.

Per questo conosco bene sia l’utilità sia i limiti di un metal detector.

Il primo problema: attenzione a non trasformare la sicurezza in una sfida

Questo è probabilmente l’aspetto sul quale rifletterei maggiormente.

Quando diciamo a migliaia di adolescenti: «Mettiamo un metal detector perché così nessuno potrà introdurre un’arma» stiamo facendo un’affermazione che tecnicamente non possiamo garantire.

Il metal detector rileva determinate caratteristiche dei materiali metallici. Non riconosce il concetto di arma.

Esistono materiali non metallici — comprese alcune ceramiche tecniche, polimeri e materiali compositi — e, più in generale, esistono oggetti pericolosi che non possono essere affrontati affidandosi esclusivamente alla rilevazione del metallo.

Non occorre spiegare ai ragazzi quali siano né come possano essere utilizzati.

Anzi, proprio questo è il punto.

Attenzione a non lanciare una sfida.

L’adolescenza è anche curiosità, ricerca del limite, desiderio di dimostrare qualcosa al gruppo. Una misura di sicurezza non dovrebbe mai essere presentata come una barriera impossibile da superare.

Il rischio è che qualcuno, per superficialità, emulazione o desiderio di trasgressione, trasformi quella barriera in una prova da battere.

La sicurezza deve prevenire una sfida, non crearne una nuova.

Il secondo problema: un metal detector non lavora da solo

L’esperienza aeroportuale insegna una cosa fondamentale: il portale è soltanto un elemento di un sistema di sicurezza.

Quando un controllo segnala qualcosa, inizia la seconda fase.

Una persona può avere con sé:

  1. telefono cellulare;
  2. chiavi di casa;
  3. chiavi dello scooter;
  4. monete;
  5. fibbie;
  6. cinture;
  7. accessori metallici;
  8. dispositivi elettronici;
  9. parti metalliche dell’abbigliamento o delle calzature;
  10. altri normali oggetti personali.

L’allarme, quindi, non significa automaticamente aver trovato un’arma.

Bisogna capire cosa lo abbia provocato e, quando necessario, ripetere o approfondire il controllo secondo procedure appropriate.

Moltiplichiamo tutto questo per alcune centinaia di studenti che devono entrare quasi contemporaneamente prima dell’inizio delle lezioni.

Il problema non è più soltanto tecnologico.

Diventa organizzativo, logistico e umano.

Servono personale formato, procedure, spazi, gestione delle code e capacità di approfondire gli allarmi. Attribuire a ogni studente un tempo fisso di controllo sarebbe semplicistico: può essere brevissimo quando non emerge nulla e diventare sensibilmente più lungo quando occorre ripetere o approfondire la verifica.

Una scuola con 800 o 1.000 studenti non può essere semplicemente trasformata nell’ingresso di un aeroporto senza costruire intorno al dispositivo un’organizzazione completamente diversa.

L’esperienza aeroportuale ci insegna proprio il contrario

Negli aeroporti la sicurezza non è affidata esclusivamente al metal detector.

Esistono procedure, personale specializzato e differenti livelli di controllo.

Da artificiere conosco bene un altro principio: non tutto ciò che costituisce una minaccia è necessariamente qualcosa che fa scattare un metal detector.

Anche nel settore degli esplosivi esistono sostanze che non vengono individuate semplicemente perché una persona attraversa un portale metal detector. Per questo la sicurezza aeroportuale utilizza sistemi e procedure differenti.

Non spiegherò naturalmente quali siano le possibili modalità di elusione: non servono al ragionamento e divulgarle sarebbe irresponsabile.

Il principio professionale, però, rimane: nessun singolo apparato tecnologico può essere considerato una garanzia assoluta.

Il metal detector non è inutile. È pericoloso considerarlo sufficiente.

Occorre essere equilibrati.

I controlli con metal detector possono trovare coltelli e altri oggetti metallici e possono esercitare un effetto deterrente. I controlli effettuati nelle scuole italiane nel 2026 hanno effettivamente portato al sequestro di armi.

Quindi non sostengo che lo strumento debba essere eliminato.

Sostengo qualcosa di diverso: può avere senso come strumento mirato all’interno di un sistema di sicurezza; diventa discutibile quando viene presentato come la risposta generale al problema della violenza scolastica.

Anche la ricerca internazionale non fornisce una risposta definitiva: una revisione di quindici anni di studi ha riscontrato risultati contrastanti e dati insufficienti per stabilire che la presenza dei metal detector riduca complessivamente il comportamento violento nelle scuole.

Cerchiamo il rischio prima dell’arma

La domanda che dovremmo porci, allora, non è soltanto: «Come troviamo il coltello all’ingresso?»

Dovremmo domandarci: «Come individuiamo prima il ragazzo che sta pensando di portarlo?»

Qui dovrebbe iniziare uno studio serio.

Segnalazioni tempestive, personale formato, collaborazione tra scuola, famiglie, servizi competenti e forze dell’ordine, valutazione professionale delle minacce e controlli mirati quando emergono elementi concreti.

Non significa trasformare gli insegnanti in investigatori né considerare ogni ragazzo problematico un potenziale aggressore.

Significa costruire una cultura della prevenzione.

È lo stesso principio che accompagna da sempre il lavoro dell’artificiere: l’obiettivo migliore non è arrivare davanti all’ordigno. È impedire, quando possibile, che la situazione arrivi fino all’ordigno.

Per questo credo che la scuola italiana debba studiare un sistema di sicurezza più ampio e intelligente, nel quale anche il metal detector possa trovare spazio quando realmente necessario, ma senza diventare il centro dell’intero progetto.

Perché un metal detector può trovare del metallo.

La prevenzione deve trovare il pericolo.

E soprattutto ricordiamoci una cosa: Attenzione a non sfidare i ragazzi.

La sicurezza più efficace non è quella che dice: «Prova a superarmi.»

È quella che riesce a intervenire prima che qualcuno senta il bisogno di provarci.