La nuova Guerra

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa

Droni, infrastrutture, comunicazioni e quella zona grigia dove un attacco può cominciare prima ancora che ce ne accorgiamo

Quando pensiamo alla guerra in Ucraina, pensiamo inevitabilmente al fronte, ai soldati, alle artiglierie, ai missili e alle città colpite.

È la parte visibile della guerra.

Ma il conflitto, iniziato con l’invasione russa su vasta scala del febbraio 2022, ci sta mostrando anche qualcosa di diverso, poiché il campo di battaglia non coincide più necessariamente con una linea tracciata su una carta geografica e può arrivare molto più lontano.

Può riguardare l’energia, le comunicazioni, le ferrovie, i porti, gli aeroporti, le reti informatiche, i satelliti e perfino i cavi che attraversano il fondo del mare.

Può riguardare anche la nostra capacità di distinguere un incidente da un’azione deliberata.

È questo l’aspetto che trovo più interessante da osservare attraverso la Filosofia dell’Innesco.

Non perché la guerra tradizionale sia scomparsa: in Ucraina continua ed è drammaticamente concreta.

Accanto alla guerra che vediamo, però, se ne sta sviluppando un’altra che dobbiamo imparare a riconoscere.

La guerra contro ciò che fa funzionare un Paese

Negli ultimi giorni questo concetto è apparso ancora più chiaramente.

Il 30 settembre 2026 la Russia ha condotto quello che le autorità ucraine hanno descritto come il più pesante attacco combinato degli ultimi mesi contro il sistema energetico del Paese, colpendo impianti e infrastrutture in diverse regioni e provocando interruzioni dell’elettricità.

Il giorno successivo droni russi hanno colpito anche una scuola di Kyiv e il Ponte Sud sul Dnipro; gli studenti si trovavano nei rifugi e non sono rimasti feriti, ma gli attacchi hanno comunque provocato incendi e problemi alla circolazione, mentre la Russia sostiene che gli obiettivi colpiti abbiano una funzione militare o logistica.

Pochi giorni prima era stata colpita anche la sede di Kyivstar, il maggiore operatore di telefonia mobile ucraino, mentre altri attacchi avevano interessato centri dati e infrastrutture delle comunicazioni.

Anche l’Ucraina sta colpendo sempre più profondamente infrastrutture russe, soprattutto raffinerie, depositi, strutture energetiche e logistiche che Kyiv considera funzionali allo sforzo bellico di Mosca.

Questo ci permette di capire una cosa molto semplice.

Nella guerra contemporanea non si cerca soltanto di distruggere un mezzo militare, ma si cerca anche di ridurre la capacità dell’avversario di funzionare.

Energia, carburante, trasporti, comunicazioni e logistica diventano quindi parte della guerra.

Un drone può costare poco e provocare una reazione enorme

Il drone è forse uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione.

Un oggetto relativamente economico può costringere l’avversario a utilizzare sistemi molto più costosi per individuarlo, seguirlo e neutralizzarlo.

Ma c’è un altro elemento ancora più interessante.

Un drone non deve necessariamente distruggere qualcosa per produrre un effetto, potendo invece interrompere il traffico di un aeroporto, costringere a chiudere uno spazio aereo, mettere in movimento polizia, militari e servizi di sicurezza, provocare paura e creare confusione.

Può soprattutto costringere un Paese a mostrare come reagisce.

Ed è qui che la domanda cambia.

Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa voleva colpire.

Dovremmo chiederci anche quale reazione voleva provocare.

È una differenza importante.

La guerra ibrida

Qui entriamo nel concetto di guerra ibrida.

L’Unione Europea descrive le minacce ibride come attività coordinate che possono utilizzare contemporaneamente strumenti molto diversi, come cyberattacchi, disinformazione, sabotaggi, danneggiamento delle infrastrutture sottomarine, violazioni dello spazio aereo e altre forme di pressione.

Secondo l’Unione Europea queste attività, attribuite alla Russia, si sono intensificate dopo l’invasione dell’Ucraina e mirano anche a indebolire il sostegno europeo a Kyiv, sebbene Mosca respinga queste accuse e neghi di condurre una campagna di guerra ibrida contro l’Occidente.

Ed è proprio questa zona di ambiguità a rendere il fenomeno particolarmente delicato.

Se un missile attraversa un confine, sappiamo generalmente di trovarci davanti a un’azione militare.

Ma se viene danneggiato un cavo sottomarino, la situazione cambia.

È stato un guasto, un incidente oppure un sabotaggio?

Chi lo ha provocato?

Per conto di chi?

Prima ancora di poter reagire, bisogna capire che cosa è realmente accaduto.

Le autostrade di Internet sotto il mare

Prendiamo proprio i cavi sottomarini.

Sono infrastrutture alle quali quasi nessuno pensa, perché non le vediamo.

Eppure, sul fondo degli oceani e dei mari esiste una gigantesca rete di cavi in fibra ottica che permette il passaggio delle comunicazioni digitali tra Paesi e continenti.

In parole semplici, possiamo considerarli le autostrade di Internet sotto il mare.

Altri cavi trasportano invece energia elettrica.

L’Unione Europea e la NATO considerano queste infrastrutture strategiche per la sicurezza, l’economia e le comunicazioni, e negli ultimi anni hanno rafforzato l’attenzione sulla loro protezione.

Se un cavo viene danneggiato, però, non possiamo automaticamente parlare di sabotaggio.

Ed è proprio qui che nasce il problema dell’attribuzione.

Prima bisogna raccogliere elementi, ricostruire quello che è successo, confrontare i dati e verificare.

È qui che la mentalità dell’antisabotatore diventa interessante anche al di fuori del suo ambiente professionale.

Non partire dalla conclusione

Chi ragiona in termini di antisabotaggio non dovrebbe partire da una convinzione e poi cercare le prove che la confermano, ma dovrebbe fare il contrario.

Prima osservare, poi raccogliere gli elementi, confrontare, formulare più ipotesi, eliminare quelle che non resistono alla verifica e soltanto dopo arrivare a una conclusione.

Questo principio oggi vale enormemente anche nella lettura delle notizie internazionali.

In una guerra moderna, infatti, anche l’informazione può diventare parte del conflitto.

L’Unione Europea include la manipolazione dell’informazione e l’interferenza straniera tra gli strumenti utilizzati nelle campagne ibride.

Questo significa che dobbiamo essere prudenti anche davanti alla notizia che conferma esattamente ciò che già pensavamo.

Dovremmo domandarci che cosa sappiamo realmente, che cosa è stato accertato, che cosa è stato dichiarato da una delle parti e che cosa invece stiamo soltanto supponendo.

L’innesco non deve necessariamente esplodere

Ed è qui che torno al concetto che accompagna da anni il mio modo di ragionare:

l’innesco.

Normally pensiamo all’innesco come a qualcosa che dà origine a un’esplosione.

Possiamo però allargare questo concetto.

Un innesco può produrre anche una reazione.

Può essere un drone che entra in uno spazio aereo, un’interruzione informatica, un’informazione falsa diffusa nel momento giusto, il danneggiamento di un’infrastruttura oppure una provocazione.

L’azione iniziale può essere piccola, mentre la conseguenza può diventare enorme.

L’innesco più intelligente non sempre produce un’esplosione; a volte produce una reazione.

A quel punto la domanda dell’antisabotatore diventa ancora più interessante.

Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa è successo.

Dovremmo chiederci perché qualcuno potrebbe aver voluto che accadesse proprio questo e quale reazione potrebbe aspettarsi da noi.

Far reagire l’avversario

Nella strategia esiste un principio antico: se conosco la reazione del mio avversario posso tentare di provocarla.

Creo uno stimolo, aspetto la risposta, osservo, imparo qualcosa e poi utilizzo quello che ho imparato.

Questo vale nella guerra, nella criminalità, nella comunicazione e perfino nella vita quotidiana.

Naturalmente non ogni episodio sospetto nasconde una strategia di questo tipo, e sarebbe un errore vedere complotti dappertutto.

La differenza tra ragionamento e sospetto sta proprio qui.

Il sospetto parte dalla conclusione.

Il ragionamento parte dalla domanda.

L’Ucraina come laboratorio della trasformazione della guerra

La guerra in Ucraina sta mostrando quanto rapidamente tecnologia e strategia possano cambiare.

Droni, sistemi autonomi, guerra elettronica, attacchi alle reti energetiche, cyberoperazioni e sistemi di difesa sempre più sofisticati convivono ancora con trincee, artiglieria e combattimenti che ricordano guerre molto più antiche.

Non è necessariamente una contraddizione.

La guerra del futuro non sostituisce quella del passato, ma la ingloba.

Alle armi tradizionali aggiunge nuovi strumenti, al territorio fisico aggiunge quello digitale, alle infrastrutture militari aggiunge quelle civili dalle quali dipende il funzionamento della società e al danno materiale aggiunge quello psicologico.

E l’Europa

Il conflitto non rende automaticamente l’Europa un campo di battaglia militare, ma ha costretto gli Stati europei a ripensare la propria sicurezza.

La NATO ha rafforzato la sorveglianza delle infrastrutture sottomarine e del proprio fianco orientale, mentre l’Unione Europea afferma di aver registrato un aumento di cyberattacchi, sabotaggi, interferenze informative e altre attività ibride.

Anche questo dato deve essere letto senza allarmismi ma senza superficialità.

La sicurezza europea oggi non riguarda soltanto il numero dei carri armati o degli aerei, ma riguarda anche la capacità di mantenere funzionanti energia, telecomunicazioni, porti, aeroporti, ferrovie, sistemi informatici, satelliti e infrastrutture sottomarine.

La domanda finale

Forse la guerra in Ucraina ci sta insegnando soprattutto questo: dobbiamo smettere di pensare che una guerra inizi soltanto quando sentiamo un’esplosione.

L’esplosione può essere la fase finale di una catena iniziata molto prima.

Una vulnerabilità individuata, un’infrastruttura studiata, una rete informatica penetrata, una popolazione disorientata, una reazione prevista oppure un comportamento provocato.

Ed è qui che ritorna la Filosofia dell’Innesco.

Prima dell’effetto c’è quasi sempre una sequenza.

Comprendere quella sequenza significa comprendere meglio ciò che sta accadendo.

Non significa vivere nella paura.

Significa imparare a osservare.

Perché chi cerca continuamente il pericolo rischia di vedere nemici dappertutto, mentre chi cerca ciò che non torna mantiene aperta la domanda.

Ed è proprio dalla domanda che nasce l’indagine, dall’indagine nasce la conoscenza e dalla conoscenza nasce una scelta più consapevole.

Forse allora, davanti alla guerra contemporanea, la domanda più importante non è soltanto dove si trova il fronte: la domanda potrebbe essere un’altra.

Dove comincia realmente l’innesco?