di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa
Londra, 1999. Tre attentati in tredici giorni: Brixton, Brick Lane, Soho. Tre luoghi scelti per ciò che rappresentavano. Il primo attentato colpì un’area legata alla comunità nera londinese, il secondo la zona di Brick Lane, punto di riferimento della comunità bengalese, mentre il terzo prese di mira l’Admiral Duncan, un pub frequentato dalla comunità gay nel cuore di Soho. Alla fine si contarono tre morti e oltre cento feriti.
L’uomo responsabile di quella breve e violentissima campagna terroristica si chiamava David Copeland, e aveva ventidue anni quando iniziò a collocare le sue bombe. Le indagini stabilirono che aveva agito da solo, ma durante il processo emerse chiaramente la componente ideologica della sua azione: Copeland nutriva idee neonaziste, razziste e omofobe e dichiarò apertamente di voler alimentare paura, odio e conflitto tra le comunità.
Per chi studia il comportamento degli attentatori seriali, però, Copeland presenta una caratteristica particolarmente interessante: il tempo. Tre attentati, tre fine settimana consecutivi, tredici giorni. Non anni, non lunghi periodi di silenzio, non pause capaci di far credere che tutto fosse terminato. Copeland aveva concentrato la propria violenza in uno spazio temporale strettissimo. Ed è proprio qui che, studiando il suo caso per costruire il profilo dell’attentatore del mio romanzo Il Coniglio – Una bomber, ho trovato una differenza fondamentale.
Copeland esplode. Il Coniglio conserva.
Copeland aveva bisogno di colpire: la sua ideologia individuava dei nemici e la bomba diventava lo strumento attraverso il quale trasformare quell’odio in violenza immediata. La scelta dei luoghi non era casuale, poiché Brixton e Brick Lane furono individuate perché associate rispettivamente alle comunità nera e asiatica, mentre nell’ultimo attentato venne colpito l’Admiral Duncan di Soho. Nel corso del processo vennero ricostruite le sue convinzioni estremiste e il suo proposito di alimentare un conflitto razziale.
Ma quando confronto questo comportamento con quello del Coniglio,( L’Attentatore del Nord-Est chiamato per erroe Unabomber) qualcosa non coincide. Ed è una differenza enorme. Il Coniglio non esplode insieme alla propria rabbia: la conserva. Può restare fermo, può aspettare, può scomparire per mesi, forse per anni, lasciando credere che tutto sia finito, prima di ritornare. Questa è una delle caratteristiche psicologiche che più mi interessavano nella costruzione del personaggio: la sua non è una rabbia che pretende immediatamente uno sfogo, è una rabbia che diventa memoria.
L’odio e la ferita
Copeland aveva costruito un nemico esterno, e intere categorie di persone diventavano, nella sua visione estremista, semplici bersagli. Il Coniglio segue invece una strada differente. Alla base del suo comportamento non voglio mettere soltanto un’ideologia, voglio mettere soprattutto una ferita: qualcosa che è accaduto molto tempo prima, qualcosa che non è stato superato. Forse un’umiliazione, forse un abuso, o forse la convinzione che, nel momento in cui aveva bisogno di essere protetto, nessuno lo abbia fatto.
Da quella ferita nasce progressivamente una certezza: il mondo non protegge i bambini. E quando un essere umano trasforma una propria esperienza dolorosa in una regola universale, può cominciare a vedere conferme ovunque, non cercando più di capire il mondo, ma cercando in esso le prove di ciò che ha già deciso di credere.
Il bersaglio diventa un simbolo
Ecco perché, nel Coniglio, anche il bersaglio cambia significato. Non deve necessariamente odiare personalmente la persona che colpisce, ma può colpire ciò che quella persona, quel luogo o quell’istituzione rappresentano. Un tribunale può diventare la dimostrazione che «la legge non mi ha protetto», un’autorità può significare che «nessuno mi ha ascoltato», una figura religiosa può riportarlo a un’altra ferita, e un luogo dell’infanzia può riaprire qualcosa che sembrava sepolto. A quel punto la bomba non è soltanto un ordigno, ma diventa un linguaggio, un messaggio che soltanto lui conosce completamente.
La caratteristica più inquietante: l’attesa
È qui che Copeland e il Coniglio prendono definitivamente due strade differenti. Copeland concentrò tre attentati nell’arco di tredici giorni: dopo il primo attacco la sequenza proseguì a distanza di una settimana, e dopo la diffusione delle immagini del sospettato anticipò persino l’ultimo attentato. Il Coniglio, invece, possiede una qualità diversa: sa aspettare. Ed è proprio l’attesa a renderlo narrativamente difficile da comprendere, perché noi siamo portati a cercare continuità. Se qualcuno colpisce oggi, immaginiamo che possa colpire domani; se non accade nulla per settimane, abbassiamo l’attenzione; se passano mesi, cominciamo a pensare che abbia smesso; se trascorrono anni, archiviamo quella storia nel passato.
Ma per il Coniglio il tempo non cancella: conserva. Lui non misura il tempo come lo misurano gli investigatori, ma aspetta che ritorni una condizione, un luogo, una persona, un anniversario, un ricordo, una ferita. E allora riparte.
Non cerca necessariamente una firma. Cerca coerenza.
Quando analizziamo un attentatore seriale siamo tentati di cercare immediatamente una firma, un simbolo, una frase, una rivendicazione, qualcosa che dica: sono stato io. Il Coniglio può essere diverso. La sua firma potrebbe non essere evidente sulla scena, ma potrebbe trovarsi nella scelta delle vittime, nei luoghi, nei tempi, nel significato che lui attribuisce agli obiettivi. Gli investigatori vedono episodi separati, mentre lui vede una sola storia. Ed è questa la difficoltà: bisogna smettere di osservare soltanto le bombe e cominciare a osservare l’uomo che le mette.
Perché ho escluso Copeland
Durante la costruzione del profilo psicologico dell’attentatore del Nord ho studiato diversi serial bomber, e David Copeland era inevitabilmente uno di loro. L’ho escluso quasi immediatamente come modello principale, non perché il suo caso non fosse interessante, ma esattamente per il contrario: il suo comportamento era troppo chiaramente diverso da quello che cercavo. Copeland rappresentava una violenza concentrata, ideologica e accelerata. Il Coniglio doveva rappresentare altro: una ferita diventata memoria, una memoria diventata ossessione, un’ossessione capace di aspettare.
Per questo, nel mio romanzo, il silenzio non significa necessariamente che il pericolo sia terminato; a volte significa soltanto che qualcuno sta aspettando. Ed è forse questa la domanda più inquietante che mi sono posto mentre costruivo il personaggio: quanto può durare una rabbia quando un uomo ha imparato a conservarla? Perché alcune rabbie esplodono, altre passano, altre ancora imparano ad aspettare.

