di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa
Quando il rancore personale cerca un bersaglio e trasforma degli innocenti in destinatari di una rabbia che non appartiene loro
Sono circa le 7.45 di sabato 19 maggio 2012. Davanti all’Istituto professionale “Francesca Morvillo Falcone” di Brindisi stanno arrivando gli studenti. È l’ora più normale di una scuola: autobus, ragazzi, zaini, voci, l’attesa dell’inizio delle lezioni. Poi quella normalità viene spezzata da un’esplosione. Melissa Bassi, sedici anni, perde la vita. Altre persone rimangono ferite. Negli anni successivi Giovanni Vantaggiato viene riconosciuto responsabile dell’attentato e condannato all’ergastolo; in appello viene confermata anche l’aggravante della finalità terroristica.
La mia lettura professionale
Quando osservo un attentato, la prima domanda non è soltanto: che cosa è esploso? Per un artificiere il dispositivo è una parte della scena, non tutta la scena. Bisogna guardare il luogo, il tempo, il bersaglio, la possibilità di osservare ciò che accade e soprattutto la decisione che precede l’azione. In questo caso l’ordigno fu collocato lungo il perimetro esterno della scuola e venne azionato a distanza. Sono elementi tecnicamente importanti, ma non è necessario trasformarli in un manuale. Ciò che conta, per comprendere l’attentato, è la logica: qualcuno aveva preparato un’azione e aveva scelto un momento nel quale davanti alla scuola sarebbero arrivati degli studenti. Il vero dato tecnico, allora, non è soltanto il mezzo impiegato. È la relazione fra mezzo, luogo e tempo.
Una scuola non è un luogo qualsiasi. È un luogo che nella percezione collettiva dovrebbe essere protetto. È il posto nel quale una famiglia lascia un figlio pensando che, per alcune ore, sarà al sicuro. Colpire nelle sue immediate vicinanze significa violare quella certezza. All’epoca, anche il nome dell’istituto – dedicato a Francesca Morvillo e Giovanni Falcone – e la vicinanza temporale con il ventesimo anniversario della strage di Capaci fecero nascere inizialmente interrogativi sulla possibile matrice dell’attacco. Le indagini avrebbero poi portato altrove.
È qui che questo caso entra, per me, nella Filosofia dell’Innesco. Perché prima di ogni innesco materiale può esistere un innesco umano. La frustrazione nasce quando una persona percepisce una distanza insopportabile tra ciò che ritiene di meritare e ciò che la realtà le restituisce. La frustrazione, da sola, non produce violenza. Tutti possiamo essere frustrati, delusi, arrabbiati, perfino profondamente feriti, senza trasformare quelle emozioni in un’aggressione. Il punto decisivo arriva quando la persona smette di considerare la frustrazione come qualcosa da elaborare e comincia a cercare fuori di sé qualcuno sul quale scaricarla.
Vantaggiato collegò il proprio gesto anche alla frustrazione per una vicenda giudiziaria che riteneva ingiusta. Questo elemento è importante, ma va letto con precisione: un torto percepito non giustifica mai ciò che viene dopo. Anzi, proprio qui nasce la domanda che mi interessa. Come può un conflitto personale allargarsi fino a coinvolgere persone che non hanno alcuna responsabilità? A mio avviso il passaggio psicologico più inquietante è questo: il bersaglio reale smette di essere una persona o una vicenda concreta e diventa il mondo. Le istituzioni, la società, gli altri. A quel punto il rancore non cerca più giustizia. Cerca una platea.
Nel mio mestiere ho imparato che l’innesco è piccolo rispetto a ciò che può mettere in movimento. Anche nelle emozioni accade qualcosa di simile. Una frustrazione non riconosciuta può alimentare il rancore; il rancore può diventare una narrazione ripetuta continuamente a se stessi; quella narrazione può trasformare l’altro in un colpevole indistinto. Non è un percorso inevitabile e non è una formula psicologica universale. È, però, una sequenza sulla quale vale la pena riflettere. Il pericolo comincia quando una persona non dice più “ho subito un torto”, ma arriva a pensare: “qualcuno deve pagare”.
Da artificiere, davanti a un fatto del genere, separo sempre due piani. Il primo è quello giudiziario: responsabilità, prove, sentenze, movente ricostruito dagli investigatori e dai magistrati. Il secondo è la mia lettura professionale. Ed è su questo secondo piano che vedo una caratteristica precisa: l’attentato non parla soltanto attraverso l’esplosione. Parla attraverso il luogo e attraverso le vittime potenziali. La scelta di agire davanti a una scuola rende il gesto capace di propagare paura ben oltre il punto della deflagrazione. L’esplosione dura un istante. La paura collettiva può durare anni.
La Filosofia dell’Innesco nasce anche da qui. Non per spiegare un criminale e certamente non per cercare attenuanti, ma per osservare il momento precedente. Prima dell’azione esiste una catena di pensieri, emozioni, decisioni. È lì che l’essere umano possiede ancora uno spazio di scelta. L’emozione accende il segnale. Lo stato d’animo prepara il terreno. La consapevolezza crea lo spazio nel quale possiamo ancora scegliere. Quando quello spazio viene abbandonato e la responsabilità viene trasferita interamente sugli altri, la frustrazione può diventare una giustificazione interiore.
Melissa Bassi non conosceva le ragioni dell’uomo che preparò quell’attentato. Non aveva partecipato alle sue controversie, non aveva pronunciato sentenze contro di lui, non era responsabile delle sue delusioni. Stava andando a scuola. Ed è proprio questo che rende la vicenda una lezione terribile sulla frustrazione: quando perdiamo la capacità di governare ciò che sentiamo, rischiamo di attribuire agli innocenti il peso delle nostre ferite.
Un artificiere impara a cercare l’innesco perché sa che, interrompendo la sequenza, può impedire l’esplosione. Nella vita non abbiamo fili da tagliare e non esistono procedure così semplici. Ma possiamo riconoscere alcuni segnali: la frustrazione che diventa rancore, il rancore che diventa ossessione, l’ossessione che cerca un responsabile, il responsabile che diventa chiunque. Per questo, quando parlo di Filosofia dell’Innesco, non parlo soltanto di esplosivi. Parlo dell’essere umano. Perché alcune esplosioni cominciano molto prima del rumore.





