di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa
Ci sono uomini che costruiscono un ordigno per distruggere qualcosa e altri che lo costruiscono perché qualcuno, finalmente, sia costretto ad ascoltarli.
George Peter Metesky apparteneva alla seconda categoria.
Per sedici anni, tra il 1940 e il 1956, nascose ordigni in alcuni dei luoghi più frequentati di New York: stazioni, teatri, biblioteche, cabine telefoniche, metropolitane e terminal degli autobus. Trentadue dispositivi furono da lui ammessi dopo l’arresto, almeno trentatré quelli ricostruiti nel corso delle indagini. Ventidue esplosero, ferendo quindici persone, senza provocare vittime.
Lo chiamarono Mad Bomber, il bombardiere folle, ma dietro quella definizione giornalistica esisteva una storia più complessa, nata molti anni prima in un luogo di lavoro.
Una ferita che chiedeva giustizia
Nel 1931 Metesky lavorava come meccanico ed elettricista per una società collegata alla Consolidated Edison. Rimase coinvolto in un incidente industriale e sostenne di avere inalato gas, sviluppando successivamente la tubercolosi. Perse il lavoro e vide respinta la propria richiesta di indennizzo, anche per questioni legate ai termini della domanda.
Da quel momento smise di considerarsi soltanto un lavoratore danneggiato e cominciò a vedersi come la vittima di un sistema che non voleva ascoltarlo.
Il suo rancore si concentrò in due parole: Fair Play, gioco leale. Le abbreviava con le lettere F.P., trasformandole nella propria firma.
Qui nasce il primo pensiero filosofico che il caso Metesky ci consegna: l’uomo può sopportare il dolore, ma difficilmente sopporta che quel dolore venga ignorato. Una ferita riconosciuta può diventare memoria, una ferita negata rischia invece di trasformarsi in rancore.
Metesky non chiedeva più soltanto un risarcimento. Voleva che il mondo dichiarasse che aveva ragione.
Il problema è che, quando la giustizia viene cercata attraverso la paura, smette di essere giustizia e diventa vendetta.
I primi ordigni furono indirizzati contro strutture della Consolidated Edison, il soggetto che Metesky riteneva responsabile della propria rovina. In seguito, però, il bersaglio si allargò e la sua guerra privata invase New York.
Grand Central Terminal, Pennsylvania Station, Radio City Music Hall, la biblioteca pubblica, la metropolitana, i teatri e i terminal degli autobus diventarono il palcoscenico del suo rancore.
Il passaggio è importante: quando il responsabile diretto non ascolta, l’attentatore coinvolge la collettività. Gli sconosciuti diventano strumenti di pressione, persone che non hanno partecipato all’ingiustizia iniziale, ma che vengono costrette a pagarne il prezzo.
Da artificiere ho imparato che una bomba non colpisce soltanto il luogo nel quale viene collocata. Colpisce la fiducia delle persone, cambia il modo in cui osservano una valigia, un pacco, un cestino o una panchina.
Dopo il primo ordigno, nessun oggetto rimane completamente innocente.
È questo il vero potere psicologico dell’attentatore: non deve riempire una città di bombe, gli basta convincere la città che ogni oggetto potrebbe contenerne una.
Metesky voleva essere ascoltato
George Metesky scriveva ai giornali e alle autorità, spiegava il torto che riteneva di avere subito, correggeva le ricostruzioni della polizia e segnalava persino azioni che non gli erano state attribuite.
Non cercava un anonimato assoluto. Voleva restare nascosto, ma desiderava che la propria storia diventasse pubblica. Pretendeva di controllare il dialogo, stabilendone tempi, parole e condizioni.
Le sue lettere furono anche il principio della sua fine.
Lo psichiatra James A. Brussel elaborò un profilo dell’attentatore partendo dai testi e dalle caratteristiche delle azioni. Alcune intuizioni si rivelarono sorprendentemente vicine alla realtà, ma la svolta investigativa concreta arrivò quando le espressioni contenute nelle lettere furono confrontate con gli archivi delle controversie lavorative della Consolidated Edison.
La bomba indicava il rancore, le parole indicavano l’uomo.
Metesky venne arrestato nel gennaio del 1957. Fu dichiarato incapace di affrontare il processo e ricoverato in una struttura psichiatrica, dalla quale venne liberato nel 1973. Morì nel 1994.
Metesky e il Coniglio del Nord-Est
Esistono punti di contatto tra George Metesky e il Coniglio del Nord-Est, ma anche una differenza fondamentale.
Metesky dichiarò il proprio movente. Scrisse, spiegò, accusò e indicò chiaramente l’origine della sua ferita. Il Coniglio, invece, non ha lasciato un manifesto scritto, non ha raccontato pubblicamente la propria storia e non ha consegnato agli investigatori una spiegazione diretta.
Il suo manifesto, se esiste, deve essere cercato altrove.
Nei luoghi.
Negli oggetti.
Nelle persone scelte come bersagli.
Nelle pause tra un’azione e l’altra.
Metesky utilizzava le parole per rendere visibile il proprio rancore. Il Coniglio potrebbe avere utilizzato i simboli. È questa una delle ipotesi investigative che sviluppo nel mio romanzo: quando un attentatore non scrive, non significa necessariamente che non stia comunicando. Può darsi che abbia deciso di affidare il proprio messaggio alla sequenza delle azioni.
Ogni bersaglio, allora, diventa una parola.
Ogni ordigno diventa una frase.
L’intera campagna può diventare un manifesto senza carta.
La somiglianza più profonda tra i due casi potrebbe trovarsi nel bisogno di controllo. Metesky interruppe le azioni durante la Seconda guerra mondiale, sostenendo di averlo fatto per patriottismo. Questa sospensione dimostra che la sua serialità non era necessariamente una perdita continua e incontrollabile della ragione. Dentro la propria logica, era ancora capace di fermarsi.
Anche il Coniglio del Nord-Est alternò azioni, silenzi e ritorni. Questo non dimostra che i due uomini avessero lo stesso movente, ma suggerisce una domanda importante: quelle pause furono causate dall’impossibilità di agire oppure furono decisioni?
Un attentatore che riesce a fermarsi non è meno pericoloso. In alcuni casi lo è di più, perché dimostra di saper aspettare.
Studiare la mente di un attentatore non significa assolverlo. Comprendere l’origine del rancore non cancella la responsabilità delle azioni.
Metesky poteva avere subito un’ingiustizia, ma le persone ferite dai suoi ordigni non erano responsabili del suo licenziamento, della malattia o del mancato indennizzo. Nel momento in cui decise di trasformare degli sconosciuti in strumenti della propria vendetta, attraversò un confine morale.
Il dolore può spiegare un gesto.
Non può renderlo giusto.
Questa distinzione è essenziale anche quando si studia il Coniglio. Cercare un movente, una ferita o un messaggio nascosto non significa costruire un’attenuante. Significa provare a comprendere la logica dell’uomo per anticiparne le scelte.
Un artificiere non può permettersi di giudicare l’ordigno prima di averlo compreso. Deve osservarne il linguaggio, riconoscere la mano di chi lo ha costruito e individuare la decisione nascosta dentro il circuito.
Ma, una volta reso innocuo l’ordigno, resta la domanda più difficile: che cosa voleva dirci l’uomo che lo aveva preparato?
George Metesky volle raccontare la propria versione e fu proprio quella necessità a condurre gli investigatori fino a lui. Il Coniglio del Nord-Est ha scelto il silenzio e, proprio per questo, il suo messaggio è rimasto più difficile da decifrare.
Uno parlava attraverso lettere firmate F.P.
L’altro potrebbe avere parlato attraverso i bersagli.
Metesky voleva che venisse riconosciuta l’ingiustizia che riteneva di avere subito. Il Coniglio potrebbe avere voluto che qualcuno riconoscesse una ferita mai dichiarata, oppure potrebbe avere cercato soltanto il controllo, la paura e la dimostrazione del proprio potere.
Sono ipotesi, non verità accertate.
Tuttavia, dopo tanti anni trascorsi davanti agli ordigni, ho imparato che anche il silenzio possiede una struttura. Una bomba non è mai soltanto un insieme di componenti, è una scelta, un tempo, un luogo e una persona che ha deciso di collocarla.
Metesky scrisse il proprio manifesto con le parole.
Il Coniglio potrebbe averlo scritto con le esplosioni mancate, con gli oggetti quotidiani e con la paura lasciata dentro persone che non conosceva.
Perché alcuni attentatori non chiedono soltanto di essere temuti.
Chiedono di essere interpretati.





