Quando Cosa nostra portò il terrore nelle città

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa

1993, l’anno delle bombe che non dobbiamo dimenticare
Quando Cosa nostra portò il terrore nelle città e la memoria diventò un dovere

Nel 1993 avevo appena compiuto dieci anni di servizio nella Polizia di Stato. Non è quindi un anno che ho conosciuto soltanto attraverso i libri, le sentenze o le immagini degli archivi, l’ho vissuto indossando quella divisa, dentro un Paese ancora sconvolto dalle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che improvvisamente si trovò davanti a qualcosa di diverso, una mafia che non colpiva più soltanto in Sicilia e non cercava più soltanto un uomo da eliminare, ma portava le bombe nelle grandi città italiane.

Ricordo il clima di quegli anni, il senso di allerta, la percezione che il bersaglio potesse cambiare in qualsiasi momento. Quando si appartiene alle Forze di polizia certi fatti non vengono percepiti come una notizia che termina con il telegiornale, entrano nel servizio, nelle conversazioni, nell’attenzione quotidiana. Per questo oggi, a distanza di tanti anni, considero il 1993 una pagina che dovrebbe essere raccontata molto di più, soprattutto nelle scuole.

Quando parliamo della lotta alla mafia è giusto che i ragazzi conoscano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due magistrati che hanno rappresentato e continuano a rappresentare il coraggio dello Stato. Ma la memoria non può fermarsi ai nomi più conosciuti. Dopo Capaci e via D’Amelio la violenza mafiosa continuò, cambiò forma, cambiò geografia e raggiunse persone che non erano magistrati, investigatori o uomini direttamente impegnati contro Cosa nostra.

Morirono cittadini, una bambina di nove anni e una neonata di appena cinquanta giorni, uno studente, vigili del fuoco, un agente della Polizia municipale, un uomo che si trovava nei pressi di un giardino. È proprio qui che la memoria deve diventare insegnamento, perché dietro le grandi date della storia esistono uomini, donne e bambini che rischiano di scomparire una seconda volta quando smettiamo di pronunciarne i nomi.

Perché il 1993 dovrebbe entrare nelle scuole

A scuola insegniamo le guerre, le dittature, le stragi, ricordiamo le grandi figure che hanno cambiato il Paese, ed è giusto farlo. Ma esistono anni che sembrano rimanere ai margini della memoria collettiva. Il 1993 è uno di questi. Molti ragazzi conoscono Falcone e Borsellino, molti meno sanno spiegare che cosa accadde dopo, perché una bomba esplose nel centro di Firenze, perché venne colpito il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, perché quasi contemporaneamente furono colpite due chiese nel cuore di Roma.

Raccontare questi fatti ai ragazzi non significa mostrare loro soltanto la violenza. Significa insegnare come reagisce una democrazia quando qualcuno prova a intimidirla. Significa spiegare che la legalità non è una parola scritta su un manifesto, è il risultato del lavoro e qualche volta del sacrificio di persone vere. Significa soprattutto insegnare che ricordare è una responsabilità.

Per comprendere il 1993 non basta mettere in fila gli attentati. Bisogna comprendere la trasformazione della strategia mafiosa. Dopo le stragi del 1992 lo Stato aveva reagito duramente, era stato introdotto e rafforzato il regime previsto dall’articolo 41-bis, destinato a interrompere i collegamenti tra i boss detenuti e le organizzazioni all’esterno, mentre le collaborazioni con la giustizia stavano diventando uno strumento sempre più importante per penetrare il sistema mafioso.

Il Ministero della Giustizia ricorda che Cosa nostra reagì violentemente al nuovo regime detentivo con gli attentati terroristici del 1993 a Firenze, Milano e Roma. La Commissione parlamentare antimafia ha ricostruito quella stagione parlando della scelta di una strategia più dura, orientata a esercitare pressione sullo Stato.

Questa è forse la parola decisiva, pressione. Non si trattava soltanto di vendetta. La bomba diventava un messaggio, un ricatto criminale, la dimostrazione che Cosa nostra poteva colpire lontano dalla Sicilia, nel cuore delle città, danneggiando il patrimonio artistico, ferendo cittadini innocenti e creando una sensazione di vulnerabilità nazionale.

Falcone e Borsellino erano bersagli precisi, uomini che la mafia considerava nemici diretti. Nel 1993 avviene qualcosa di ancora più inquietante, il bersaglio perde un volto. Una strada di Firenze, un padiglione d’arte di Milano, una basilica di Roma possono essere frequentati da chiunque.

È una trasformazione psicologica enorme. Quando viene colpito un magistrato il messaggio mafioso raggiunge immediatamente chi combatte la mafia, quando viene colpito un luogo frequentato da cittadini comuni la paura si allarga. La vittima potenziale non è più soltanto l’uomo dello Stato, può essere una famiglia, un turista, uno studente, un vigile del fuoco arrivato per soccorrere, un passante.

È qui che il terrorismo mafioso raggiunge una delle sue forme più drammatiche. Il danno non viene misurato soltanto nelle vittime e negli edifici distrutti, viene misurato nella quantità di persone che, pur trovandosi a centinaia di chilometri di distanza, iniziano a domandarsi dove potrà esplodere la prossima bomba.

Perché l’arte, perché Firenze, Milano e Roma

Un museo non arresta mafiosi, una basilica non conduce indagini, un’opera d’arte non emette una sentenza. Eppure proprio il patrimonio culturale diventò bersaglio. Le fonti istituzionali e parlamentari ricordano il ragionamento criminale secondo il quale un magistrato o un poliziotto possono essere sostituiti nella loro funzione, mentre la distruzione di un monumento può produrre una perdita irripetibile e un danno enorme allo Stato.

È un pensiero agghiacciante proprio perché rivela la freddezza della strategia. Non si colpisce soltanto ciò che ha un valore materiale, si colpisce ciò che rappresenta qualcosa. Firenze significa patrimonio universale, Roma storia e religione, Milano arte, cultura e modernità. Il luogo diventa parte del messaggio.

In questo modo la bomba acquista una seconda forza. La prima è fisica, distrugge ciò che incontra. La seconda è simbolica, entra nella memoria, nelle fotografie, nei telegiornali, nella paura delle persone. La prima dura pochi secondi, la seconda può durare generazioni.

Dietro una stagione di attentati di questa portata non esiste l’impulso di un singolo uomo. Esiste una struttura criminale capace di discutere, deliberare, assegnare compiti e trasformare una volontà di pressione in un programma di violenza. I processi hanno accertato il ruolo di Cosa nostra e dei suoi vertici nella strategia stragista, mentre le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno consentito di ricostruire riunioni, decisioni e partecipazioni.

Questo è forse l’aspetto più difficile da spiegare ai ragazzi e allo stesso tempo uno dei più importanti. La mafia non è soltanto il killer che preme un comando o l’uomo che viene arrestato con una pistola. È un sistema nel quale qualcuno pensa, qualcuno decide, qualcuno organizza, qualcuno esegue, qualcuno offre sostegno e qualcuno tace. La forza dell’organizzazione nasce anche dalla frammentazione della responsabilità.

Ma proprio qui bisogna ristabilire il significato della responsabilità individuale. Un’organizzazione può decidere collettivamente, ma ogni passaggio continua a essere compiuto da un essere umano. Dietro la parola mafia non bisogna permettere che scompaiano le singole scelte, perché qualcuno ha scelto di partecipare, qualcuno ha scelto di obbedire, qualcuno ha scelto di mettere la propria capacità al servizio della violenza.

Chi ha lavorato nella sicurezza conosce la paura in una forma diversa. La paura non è necessariamente debolezza, può essere un segnale prezioso, obbliga a osservare, aumenta l’attenzione, ricorda che il pericolo è reale. L’addestramento serve anche a questo, non a cancellare la paura ma a impedirle di prendere il controllo.

La strategia terroristica tenta l’operazione opposta. Cerca di trasformare la paura da segnale individuale in condizione collettiva. Una bomba esplode in una strada, ma idealmente deve esplodere nella mente di milioni di persone. È questo il moltiplicatore psicologico dell’attentato.

La mafia del 1993 voleva che lo Stato vedesse le macerie, ma voleva anche che i cittadini sentissero l’incertezza. Voleva che l’Italia comprendesse che la violenza poteva arrivare ovunque. Ed è proprio per questo che ricordare quelle stragi significa anche sottrarre alla mafia una parte del risultato che cercava, perché la memoria consapevole non è paura, è conoscenza.

L’esplosivo come linguaggio

Nella mia Filosofia dell’innesco utilizzo spesso l’esplosivo come metafora per comprendere il comportamento umano. Un’esplosione è l’ultima parte visibile di una sequenza iniziata molto prima. Prima esistono una decisione, una volontà, una scelta, un obiettivo.

Il 1993 può essere letto nello stesso modo. Concentrarsi soltanto sulla bomba significa osservare l’ultimo fotogramma. Bisogna invece tornare indietro e chiedersi quale pensiero abbia trasformato quell’esplosivo in un messaggio.

La risposta che emerge dalle sentenze e dalle ricostruzioni istituzionali è che la violenza doveva produrre pressione. La bomba diventava linguaggio. Non diceva soltanto possiamo uccidere, diceva possiamo colpire ciò che amate, possiamo portare l’insicurezza nelle vostre città, possiamo costringervi a fare i conti con noi.

Per questo continuo a considerare centrale una frase, l’esplosione era l’ultima fase, il vero innesco era il ricatto.

Proviamo per un momento a immaginare quel 1993 senza conoscere ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo. Il 14 maggio Roma viene colpita in via Fauro, l’obiettivo è Maurizio Costanzo, impegnato pubblicamente contro la mafia, l’attentato provoca numerosi feriti. Tredici giorni dopo, nella notte del 27 maggio, Firenze viene devastata in via dei Georgofili, muoiono cinque persone, tra loro Nadia Nencioni di nove anni e la sorellina Caterina di appena cinquanta giorni.

Passano due mesi. La sera del 27 luglio Milano viene sconvolta dalla strage di via Palestro, muoiono cinque persone. Meno di un’ora dopo Roma viene nuovamente colpita, esplode un ordigno nei pressi di San Giovanni in Laterano, pochi minuti dopo un’altra esplosione devasta San Giorgio al Velabro.

Oggi possiamo leggere tutto dentro una pagina di storia. Chi viveva quei giorni non possedeva il vantaggio di conoscere la fine della sequenza. Ogni nuovo attentato apriva la possibilità del successivo. È questa dimensione che spesso si perde quando trasformiamo la storia in una cronologia, l’incertezza di chi non sapeva quale sarebbe stata la prossima città.

Per questo nelle scuole non porterei soltanto le fotografie delle macerie. Porterei i nomi. Angela Fiume, Fabrizio Nencioni, Nadia Nencioni, Caterina Nencioni, Dario Capolicchio, Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno, Alessandro Ferrari, Moussafir Driss. Racconterei che dietro ogni nome esisteva una casa, una famiglia, una giornata che avrebbe dovuto continuare.

E ricorderei anche Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, perché quando pronunciamo soltanto Falcone e Borsellino rischiamo involontariamente di lasciare nell’ombra le donne e gli uomini che morirono accanto a loro.

La memoria non deve creare una classifica delle vittime. Non esistono morti più importanti e morti secondari. Esistono persone che lo Stato e la società hanno il dovere di ricordare.

Cronologia essenziale della stagione delle bombe

23 maggio 1992, Capaci. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro vengono uccisi.

19 luglio 1992, via D’Amelio a Palermo. Paolo Borsellino viene ucciso insieme agli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

14 maggio 1993, via Fauro a Roma. L’attentato contro Maurizio Costanzo fallisce nell’obiettivo di ucciderlo, l’esplosione provoca numerosi feriti.

27 maggio 1993, via dei Georgofili a Firenze. Muoiono Angela Fiume, Fabrizio Nencioni, le figlie Nadia e Caterina e lo studente Dario Capolicchio, decine di persone rimangono ferite e il patrimonio artistico subisce danni gravissimi.

27 luglio 1993, via Palestro a Milano. Muoiono i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente della Polizia municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, altre persone rimangono ferite.

28 luglio 1993, Roma. Le esplosioni presso San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro provocano numerosi feriti e gravi danni, la DIA ricorda 22 feriti nell’attentato dell’area di San Giovanni.

La sequenza non si esaurì concettualmente con luglio, Cosa nostra aveva programmato anche un attentato allo Stadio Olimpico di Roma, che non arrivò a produrre la strage progettata. La Commissione parlamentare antimafia ha descritto quella stagione come una vicenda senza precedenti, con una successione di attentati inseriti nella strategia di pressione mafiosa.

Ricordare significa togliere forza al terrore

Nel 1993 avevo dieci anni di servizio nella Polizia di Stato. Oggi guardo quell’anno con gli occhi di chi ha attraversato una vita professionale intera e penso soprattutto ai ragazzi che allora non erano ancora nati.

A loro non chiederei di imparare soltanto date. Chiederei di comprendere perché quelle date esistono. Direi loro che una democrazia può essere ferita, può avere paura, può perfino attraversare momenti nei quali sembra vulnerabile, ma possiede una forza che un’organizzazione criminale non può controllare, la capacità di ricordare, indagare, processare, ricostruire e insegnare.

La mafia del 1993 cercò di trasformare la paura in pressione sullo Stato. La scuola può compiere il percorso opposto, trasformare la memoria in coscienza.

E forse è proprio questo il motivo per cui il 1993 dovrebbe essere insegnato di più. Non soltanto perché ci furono bombe, morti e feriti, ma perché dietro quelle esplosioni si confrontarono due idee opposte dello Stato e della società. Da una parte il ricatto, il silenzio e la violenza, dall’altra la legge, la memoria e la responsabilità.

Il boato appartiene al passato. La scelta di ricordare appartiene a noi.

Raffaele Nocera