La solitudine non è il vuoto. La Filosofia dell’Innesco

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – CTU/CTP – Scrittore e autore di narrativa investigativa

Per molti anni mi sono trovato davanti a oggetti che sembravano immobili e innocui.

Un ordigno non parla, non si muove e non avverte. Eppure, dentro quel silenzio, può nascondere una grande energia.

Qualcosa di simile accade anche dentro di noi.

Abbiamo paura della solitudine perché la confondiamo con l’abbandono. Appena restiamo soli, prendiamo il telefono, accendiamo la televisione o cerchiamo qualcuno con cui parlare. Facciamo di tutto pur di non rimanere in silenzio.

Eppure, stare soli, qualche volta, può essere utile.

La solitudine ci permette di fermarci e capire che cosa abbiamo dentro. Ci aiuta ad ascoltare pensieri e sentimenti che, nel rumore della vita quotidiana, non riusciamo a sentire.

Anche la noia può avere un valore.

Quando non abbiamo nulla da fare, ci sentiamo a disagio. Cerchiamo subito qualcosa che ci distragga. Ma proprio in quei momenti la mente può cominciare a creare, ricordare e fare domande.

Nel mondo degli esplosivi, prima di una reazione esiste sempre qualcosa che la prepara. Esistono determinate condizioni e un punto dal quale tutto può cominciare.

Anche l’uomo possiede una sua materia interiore.

Siamo fatti di ricordi, paure, desideri, delusioni e speranze. Una parola può lasciare indifferente una persona e ferirne profondamente un’altra, perché ognuno ha una storia diversa.

Per questo non tutti viviamo la solitudine nello stesso modo.

Per qualcuno è riposo.

Per qualcuno è sofferenza.

Per qualcun altro è il momento in cui nasce un’idea.

La solitudine, quindi, non è sempre un nemico. Può essere il luogo nel quale scopriamo chi siamo davvero.

Ma dobbiamo distinguere la solitudine dall’isolamento.

La solitudine può essere scelta. L’isolamento, invece, spesso viene subito. Una persona può sentirsi isolata anche in mezzo a molta gente, quando nessuno la ascolta o riesce a comprenderla.

Un dolore raccontato può diventare più leggero. Un dolore tenuto dentro, invece, può accumularsi e trasformarsi in rabbia.

Qui diventa importante l’amicizia.

Un vero amico non deve riempire ogni nostro silenzio. Deve saperci ascoltare. Deve restare vicino senza giudicare e senza pretendere di risolvere tutto.

Nel linguaggio degli esplosivi potremmo dire che l’amicizia è una forma di stabilità.

Un amico non elimina la nostra forza e non spegne ciò che siamo. Ci aiuta a capire quello che proviamo, prima che una ferita diventi una reazione difficile da controllare.

La solitudine può darci un potere importante: quello di conoscere i nostri inneschi.

Quali parole ci feriscono?

Quali ricordi ci fanno ancora soffrire?

Quali paure guidano le nostre scelte?

Che cosa ci fa perdere il controllo?

L’artificiere, davanti a un ordigno, non guarda soltanto l’esplosione. Cerca di capire da dove può partire. Cerca l’innesco.

Forse dovremmo fare lo stesso con noi stessi. Quando ci arrabbiamo, non dovremmo domandarci soltanto: «Perché sto esplodendo?»

Dovremmo chiederci: «Che cosa ha acceso il mio innesco?»

Stare un po’ soli può aiutarci a trovare la risposta.

Non dobbiamo fuggire sempre dalla solitudine. Dobbiamo imparare a viverla senza lasciare che diventi isolamento.

Perché esiste una solitudine che fa soffrire, ma ne esiste anche una che ci aiuta a conoscerci.

E qualche volta, per evitare un’esplosione, non bisogna spegnere ciò che abbiamo dentro.

Bisogna imparare a conoscerlo.