Elena Roverati

Dietro la scrivania, la Roverati – quarantaquattro anni, capelli castani tagliati corti e uno sguardo che non perdeva un millesimo di secondo – stava studiando le carte ereditate dal collega.

Sul frontespizio cartaceo spiccava ancora la dicitura provvisoria che d’Angelo stava per blindare: Modello 45. Atti relativi a… In parole povere, un fascicolo senza notizie di reato. Ipotesi di decesso: morte accidentale per caduta.

Conticchio sedeva dall’altro lato del tavolo, con il cappello poggiato sulle ginocchia. Aspettava. Conosceva la fama della Roverati: metodica, scettica per dovere, ma dotata di un’ostinazione rara.

«Dunque, Ispettore,» esordì la Roverati, senza sollevare gli occhi dalle note di d’Angelo. «Il mio collega mi ha lasciato una relazione d’archiviazione quasi fotocopiata. Per lui la ragazza è salita sullo scaletto, ha perso l’equilibrio nel tentativo di afferrare una valigia pesante ed è caduta battendo la tempia. Il medico legale conferma la compatibilità della lesione. Perché mi chiede di non firmare l’archiviazione e di riaprire una storia che il dottor d’Angelo considerava già chiusa?»……

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