di Raffaele Nocera
I tavolini di plastica del bar sotto i portici di Barriera di Milano hanno le gambe che traballano, proprio come le certezze di chi attraversa questo quartiere. Intorno a noi c’è il solito rumore di fondo della periferia nord di Torino: le saracinesche mezze alzate, i tram della linea 4 che sferragliano sui binari e quel mix di lingue che si incrociano nell’aria pesante del tardo pomeriggio.
Siamo seduti qui, con tre caffè ormai freddi tra le mani. Di fronte a me ci sono Amine e Idir. Hanno vent’anni, i capelli sfumati cortissimi ai lati, le felpe oversize e gli occhi svegli, ma oggi quegli occhi sono velati da una stanchezza che non appartiene alla loro età. Sul tavolo, lo schermo del mio telefono mostra ancora i titoli sull’attentato di Modena di qualche giorno fa.
Rompo il ghiaccio io, indicando lo smartphone. «Ragazzi, avete visto le ultime notizie da Modena? Hanno confermato che Salim El Koudri, il tipo dell’auto, era seguito dai centri di igiene mentale. La Procura ha escluso il terrorismo. Dice che sentiva di stare per morire. Ma intanto ci sono otto persone in ospedale, una donna hanno perso le gambe… E la gente per strada, lo sapete, ha già iniziato a fare il processo al cognome».
Amine sospira, tormentando la bustina dello zucchero. «Lo sappiamo. Appena succede qualcosa, io guardo il TG e prego sempre: “Ti prego, fa’ che non sia arabo, fa’ che non sia marocchino”. Perché lo sappiamo come funziona. Quello è nato a Bergamo, ha studiato economia, è italiano per la legge. Ma per tutti rimarrà sempre “il marocchino che ha fatto la strage”. È una condanna preventiva».
«Sì, Amine, però aspetta,» interviene Idir, con un tono più spigoloso, raddrizzando la schiena. «Quello che è successo è una tragedia enorme, e quel tipo è un pazzo criminale. Ma hai visto chi lo ha fermato? Due ragazzi egiziani. Due immigrati che hanno rischiato la vita per bloccarlo insieme a un italiano. Di questo però si parla già meno, no? Perché fa meno rumore della paura».
Guardo entrambi, cercando di entrare nel vivo di quello squarcio che sento esistere tra le loro parole. «Il punto è proprio questo, ragazzi. Questa vicenda tocca corde sensibilissime. Voi siete la seconda generazione. Siete cresciuti qui, parlate con l’accento di Torino, ma vi trovate nel mezzo di una faglia profonda. Da una parte ci sono i vostri genitori, arrivati in Italia anni fa…»
«Mio padre è arrivato nell’ottantanove,» mi interrompe Amine, lo sguardo che si addolcisce. «Lavorava nelle fonderie. È arrivato in punta di piedi, letteralmente. Per lui l’integrazione era il “patto del silenzio”. Se il capo cantiere lo trattava di merda o gli pagava la metà delle ore, lui chinava la testa. “L’importante è il permesso di soggiorno, l’importante è non fare guai”, mi dice sempre. Loro si sentivano ospiti. Avevano la cultura del sacrificio e il baricentro in Marocco. L’Italia era solo il posto dove spaccarsi la schiena per mandarci i soldi».
«Esatto,» incalza Idir, e la voce gli si fa più calda, quasi rabbiosa. «Ma io non sono mio padre! Io sono nato all’ospedale Maria Vittoria qui a Torino. Io non sono un ospite. Se un professore a scuola mi trattava diversamente, o se oggi un datore di lavoro mi propone un contratto in nero mentre al mio compagno di banco italiano offre il determinato, io non sto zitto. Perché dorei stare zitto? Ho gli stessi identici diritti. I nostri vecchi avevano la psicologia della sottomissione per gratitudine. Noi no. E questo la gente lo scambia per arroganza».
«Capisco perfettamente il vostro punto, Idir,» rispondo, appoggiando i gomiti sul tavolo e guardandolo fisso negli occhi. «È sacrosanto non voler subire ingiustizie. Però, stando spesso qui in Barriera, noto anche un’altra dinamica. A volte, proprio per questa fragilità di vivere in un limbo – né del tutto marocchini a casa, né del tutto italiani fuori – scatta una specie di “vittimismo preventivo”. Mi spiego: se un poliziotto vi ferma per un controllo di routine, o se prendete un brutto voto, o se un colloquio va male… siete sicuri che sia sempre razzismo? Non c’è il rischio di usare la discriminazione come uno scudo per non prendersi le proprie responsabilità?»
Amine e Idir si guardano per un attimo. È un momento di silenzio pesante, rotto solo dalle grida di alcuni bambini che giocano poco lontano.
Amine abbassa lo sguardo, ammettendolo con una sincerità disarmante. «Ca..o… tocchi un dente scoperto. È vero. Succede. Quando ti senti sempre sotto osservazione, diventi paranoico. Se il professore mi bocciava all’esame, la prima cosa che pensavo era: “Ce l’ha con me perché mi chiamo Amine”. Ci mettevo un secondo a dirlo, mi faceva sentire meglio, mi toglieva la colpa di non aver studiato. È un alibi universale. Lo usiamo per difenderci dal fallimento».
«Sì, ma c’è un motivo se lo usiamo!» sbotta Idir, difendendo la posizione ma con meno aggressività, più riflessivo. «Le difficoltà sono le stesse dei ragazzi italiani della nostra età. La precarietà, i soldi che mancano, il futuro che è un buco nero. Se un ragazzo italiano della Crocetta non trova lavoro, dice che c’è la crisi. Se non lo trovo io qui in Barriera, penso che sia per il mio cognome. Magari è davvero solo la crisi, ma la nostra lente d’ingrandimento è diversa, è tarata sull’esclusione. Il problema è quando questo rifiuto diventa rabbia cieca. Guarda i ragazzini di quattordici anni qui nel quartiere. Le baby gang. Rifiutano lo Stato perché lo vedono nemico, rifiutano i padri perché li vedono deboli e sottomessi. E allora dove cercano il potere? Nella strada, nel branco. Creano delle zone franche dove la legge non deve entrare».
«Ed è proprio lì che rischiamo di perderci,» aggiunge Amine, con una nota di profonda amarezza. «Vedi ragazzi che non sanno mezza parola di arabo, che non hanno mai visto il Marocco se non in vacanza tre settimane d’estate, che improvvisamente si aggrappano a un’identità religiosa radicale, quasi ostentata. Ma non è fede, credimi. Non sanno nemmeno cosa sia il Corano. È una bandiera anti-occidentale. Un modo per dire alla società: “Voi mi rifiutate? E allora io divento il vostro peggior incubo”».
Ascolto le loro parole, sentendo tutta la complessità di questa periferia scorrermi sottopelle.
«Ragazzi,» dico infine, stringendo la tazza del caffè, «la sfida vera è proprio questa. Non possono esistere sconti o zone franche, né da una parte né dall’altra. Lo Stato e la società devono fare di tutto per abbattere i pregiudizi reali, darvi le stesse opportunità di partenza e non farvi sentire stranieri a casa vostra. Ma, allo stesso tempo, la vera uguaglianza si raggiunge quando accettiamo tutti le stesse regole. Non si può attenuare un richiamo alla legalità, al dovere o al rispetto civico solo per la paura di essere etichettati come razzisti. Un insulto, un controllo, una sanzione o un elogio devono dipendere solo da quello che fai, non da chi sei o da dove vengono i tuoi genitori. Diventare cittadini significa questo: avere gli stessi diritti, ma anche la stessa responsabilità delle proprie azioni, senza schermi identitari dietro cui nascondersi».
Idir fa un lungo respiro, guarda il tramonto che colora di arancione i palazzoni popolari di Barriera di Milano e accenna un sorriso amaro, ma pulito. «È dura. È un equilibrio del ca..o da trovare ogni singolo giorno. Ma hai ragione. Io voglio essere giudicato per l’uomo che sono, non per il fantasma di quello che la gente teme io sia».
Amine annuisce, svuotando il fondo del suo caffè. «Già. Finché useremo le nostre origini come una scusa o gli altri le useranno come una colpa, rimarremo bloccati in questo bar».

