L’Ispettore Conticchio

Il cielo sopra via Salvator Rosa aveva il colore del piombo fuso e le ginocchia di Pasquale Conticchio non promettevano niente di buono. Quando pioveva, le sue articolazioni lanciavano segnali precisi, una specie di codice Morse biologico che non sbagliava mai.

Conticchio guardò il corpo steso a terra, poi alzò gli occhi verso la folla che si era accalcata dietro i nastri bianchi e rossi della polizia. Napoli, pensò, non smentiva mai la sua natura: un teatro a cielo aperto dove tutti recitano, pure i morti.

A cinquantacinque anni, l’Ispettore Capo non credeva più nelle grandi risposte, né tantomeno nel verdetto della prima ora. La fretta era roba da dilettanti o da film americani, e lui non somigliava affatto a un eroe d’oltreoceano. Era un uomo del sud disilluso ma profondamente umano, con una cronica mancanza di sonno stampata nelle borse sotto gli occhi e un passato che si portava dietro come un cappotto pesante, ma comodo.

Chi lo guardava per la prima volta faceva fatica a inquadrarlo. Pasquale aveva i tratti somatici fieri e la pelle olivastra delle sue origini marocchine, ma parlava con la cadenza morbida e l’ironia amara di chi ha respirato l’aria dei vicoli sin da bambino. Era stato adottato a tre anni da un maresciallo della guardia penitenziaria di Poggioreale, un uomo tutto d’un pezzo che gli aveva insegnato a non giudicare mai un libro dalla copertina, soprattutto se quel libro si trovava dietro le sbarre. Cresciuto tra le storie dei detenuti e il rigore paterno, Pasquale aveva sviluppato un’empatia viscerale per gli ultimi della società, gli “scazzati” dalla vita, trasformandosi invece in un giudice cinico e tagliente quando si trovava di fronte ai potenti e agli arroganti.

Il fallimento del suo matrimonio non aveva intaccato quella sua umanità di fondo. Con l’ex moglie manteneva un ottimo rapporto civile; ogni tanto lei gli stirava ancora le camicie per pura compassione, sapendo che Pasquale, da solo, sarebbe andato in giro spiegazzato come un rapporto di polizia non archiviato.

«Ispettore, la scientifica ha finito», disse Tonino Imparato, il suo giovane vice, interrompendo i suoi pensieri.

Conticchio non rispose subito. Si grattò con l’indice quel ciuffo di capelli ribelle che teneva proprio sulla nuca, spettinandosi ancora di più. Era il suo segnale tipico: qualcosa non quadrava, o qualcuno stava provando a prenderlo in giro. Imparato lo conosceva bene e si tese, mettendosi subito in allerta.

«Imparato… guardati intorno», sussurrò Conticchio, salendo a bordo del suo vecchio Scarabeo scassato degli anni ’90, che aveva ribattezzato “Caronte”.

Mentre attraversava il traffico infernale della città, l’Ispettore iniziò a parlare ad alta voce con il motorino, esponendogli i dubbi del caso, i tempi che non coincidevano, i testimoni troppo solerti. I passanti che lo incrociavano sui marciapiedi scuotevano la testa, pensandolo pazzo. Per Pasquale, invece, Caronte era semplicemente il suo miglior consulente: non lo interrompeva mai e manteneva sempre il segreto istruttorio.

L’ispettore capo Pasquale Conticchio sosteneva che l’umanità si dividesse in due grandi categorie: quelli della sfogliatella riccia e quelli della frolla. I primi, i “ricci”, erano precisi, stratificati, pieni di spigoli e fragili all’apparenza, ma duri da masticare. I secondi, i “frolli”, erano morbidi, rassicuranti all’esterno, ma se avessi premuto troppo si sarebbero sbriciolati rivelando il ripieno.

Conticchio sa che i napoletani (di qualsiasi classe sociale) davanti all’autorità tendono a recitare. Allora lui fa lo stesso: recita la parte del finto tonto, del poliziotto distratto, stanco e un po’ arretrato. Usa l’autoironia per farsi sottovalutare dai sospettati, per poi colpirli con una battuta fulminante quando meno se lo aspettano.

Per lui il crimine non è solo un reato, è un “difetto d’organizzazione”. Davanti a un omicidio efferato, la sua prima reazione è spesso una massima filosofica o un commento ironico sul tempismo della vittima: «Ma proprio stasera che gioca il Napoli questo si doveva far avvelenare?». In tasca, insieme alla sfogliatella, Conticchio ha un piccolo cornetto portafortuna di corallo rosso, spezzato sulla punta. Quando un sospettato dice una bugia clamorosa, Conticchio infila la mano in tasca e tocca il corno mormorando formule di protezione. Se la bugia è enorme, esclama: «Aumm aumm!» (facendo il classico gesto della mano a ventaglio). Ha un rapporto confidenziale e quasi paritario con i santi. Quando un caso si complica, alza gli occhi al soffitto e dice: «Gennà, io la faccia ce la metto, ma tu passami una mano sulla testa, che qua siamo a corto di miracoli». Ogni indizio per lui ha un numero della Smorfia. Se la vittima ha ricevuto 3 coltellate, per Conticchio il caso gira intorno a ‘A Gatta (il 3). Se l’indiziato ha 48 anni, è ‘O Morto che parla. Questo fa impazzire la scientifica, ma a lui serve per fissare i dettagli nella mente.

di Raffaele Nocera

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