Ci ho messo un attimo a rovinare tutto

L’istante che si prende tutto di Raffaele Nocera

L’odore delle aule scolastiche è una miscela unica: sa di gesso, di zaini nuovi, di merendine e di futuro. Per trent’anni, ogni volta che ho varcato la soglia di una scuola, quell’odore mi ha colpito il petto con la stessa identica forza. Ma l’emozione più grande, quella che ancora oggi mi fa vibrare le corde dell’anima, è il contrasto tra il rumore assordante dei ragazzi nei corridoi e il silenzio assoluto, quasi sacro, che calava in classe non appena iniziavo a parlare. Guardavo quegli occhi puliti, spalancati, pieni di una curiosità che è propria solo dell’infanzia, e sentivo addosso tutto il peso e il privilegio della mia missione.

Non ero lì per fare una lezione teorica o per mostrare una divisa. Ero lì come Artificiere Antisabotaggio della Polizia di Stato, mettendo a disposizione di quelle piccole vite oltre quarant’anni di esperienza sul campo. Portavo nelle scuole il titolo del mio progetto, una frase che è insieme un monito e una cicatrice: “Ci ho messo un attimo a rovinare tutto”. Perché la verità è che il confine tra la festa e il dramma è sottile come un filo di fumo.

Ai bambini non ho mai nascosto nulla. Ho sempre creduto che il rispetto per la loro intelligenza passasse attraverso la verità, anche quella più cruda. Spiegavo loro che la mia non era solo un’attività di pattugliamento o di prevenzione astratta: raccontavo delle mie consulenze tecniche per le Procure d’Italia, delle perizie giurate scritte per i Giudici nei Tribunali, dove ogni parola doveva ricostruire scientificamente la dinamica di una tragedia.

Dietro quelle carte giudiziarie, purtroppo, non c’erano solo freddi commi di legge, ma carne lacerata. Nella mia carriera ho visto troppi feriti e, ciò che devasta di più l’anima di un uomo dello Stato e di un nonno, ho visto morire ragazzi giovanissimi. Vite spezzate prima ancora di cominciare, per colpa di un pezzo di carta pressata e polvere pirica.

I dati degli ultimi anni della Polizia di Stato e del Viminale parlano chiaro, e descrivono quello che a tutti gli effetti è un bollettino di guerra civile stagionale. Solo nella notte di Capodanno del 2025 si sono registrati ben 309 feriti; nell’ultimo Capodanno del 2026 i feriti sono stati 283, con un decesso e ben 50 feriti gravi che hanno riportato prognosi superiori ai quaranta giorni, subendo mutilazioni irreversibili o la perdita della vista. Ma il dato che fa tremare i polsi è un altro: ogni anno, tra le vittime, si contano decine e decine di minori. Nel 2025 i ragazzi rimasti feriti sono stati 90, e nell’ultimo bilancio ben 68 bambini e adolescenti hanno pagato un prezzo altissimo alla follia dei botti.

Ai ragazzi in aula spiegavo la fisica del pericolo, smontando le loro illusioni.

«Molti vostri coetanei», dicevo guardandoli dritti negli occhi, «hanno acceso micce che credevano sicure. Pensavano di avere il tempo di scappare, ma quella cordicella era una trappola. I botti illegali non seguono le regole della fisica dei giochi; sono manufatti instabili, dominati da una chimica spietata. Bastano tre fattori che voi non potete controllare: il calore, l’urto e lo sfregamento».

Mostravo loro, idealmente, come la miscela pirica contenuta in un ordigno illegale sia estremamente sensibile. Basta un brusco sbalzo di temperatura nella tasca dei pantaloni, l’urto accidentale cadendo dalla bicicletta, o lo sfregamento interno dovuto al trasporto maldestro per innescare la detonazione. Non serve la fiamma di un accendino per morire o per perdere una mano; basta l’instabilità intrinseca di un prodotto nato fuori da ogni controllo legale.

Alla fine di ogni incontro, quando l’emozione in aula si faceva tangibile e i sorrisi si trasformavano in una consapevolezza matura, stringevo con loro un patto. Un passaggio di consegne.

«Ragazzi, ora che conoscete la verità, ho un compito importante da affidarvi. Diventate i miei ambasciatori. Portate questo messaggio a casa, ditelo ai vostri genitori, ai vostri zii, ai fratelli più grandi. Perché, ricordatevelo sempre, voi siete le vittime, ma fondamentalmente sono gli adulti a comprare i botti illegali. Siano loro a fermarsi, per amore della vostra vita».

Uscivo da quelle scuole stanco, svuotato, ma con il cuore colmo di speranza. Se anche un solo bambino, grazie a quelle parole, avesse teso la mano per fermare un adulto pronto ad accendere una miccia, allora ogni perizia in Tribunale, ogni notte passata a disinnescare il pericolo, e tutti i miei quarant’anni di cammino tra i banchi avrebbero trovato il loro senso più profondo. Perché salvare una vita non fa rumore, ma dura per sempre.