Dragan Stojković

Al tavolo d’angolo, il più riparato e con la vista migliore sull’imboccatura del porto, lo aspettava Dragan Stojković, detto Il Marinaio.

Il serbo era un colosso dal cranio rasato e dagli occhi grigi, un trafficante che aveva scalato le gerarchie del mercato internazionale di armi e cocaina lungo la rotta balcanica prima di fare della Puglia la propria base operativa.

Per lui la fede era solo un rumore di fondo; l’unico dio che riconosceva era il profitto calcolato sul rischio.

«Tamir», esordì Dragan con una voce che ricordava la ghiaia calpestata. Non si alzò, ma indicò la sedia di fronte a sé. «Puntuale. Un vizio che apprezzo.»

L’atmosfera all’interno dell’antico fortino coniugava un lusso discreto alla memoria storica della struttura. Da un lato si osservava il rientro pigro dei pescherecci, dall’altro la cattedrale, che si stagliava sul mare come una gigantesca nave di pietra pronta a salpare verso l’orizzonte.

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Pietro L’Apostata

Raffaele Nocera