Presto, presto, prima che arrivi domani!

Quando abbiamo smesso di vivere e abbiamo cominciato a consumare la vita

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente / Perito Esplosivista -Scrittore e autore di narrativa investigativa

La sala era elegante, ma non abbastanza da mettere a proprio agio chi vi entrava, tra un grande tavolo di legno, alcune poltrone, e una luce calda e discreta, mentre sul tavolo spiccavano bottiglie di vino e calici già riempiti. Nessuno sembrava avere fretta, almeno all’inizio. Poi arrivarono loro.

La Brevità entrò per prima, indossando un abito leggero, quasi trasparente, mentre camminava rapidamente e guardava continuamente l’orologio. «Abbiamo poco tempo», disse. La Lentezza, seduta in fondo alla sala, sollevò il calice. «No, abbiamo poco tempo soltanto se continuiamo a sprecarlo.» La Brevità sorrise. «E tu chi saresti?» «Quella che ti ricorda che un secondo deve durare un secondo.»

Ci fu un breve silenzio, poi entrò l’Attenzione con lo sguardo stanco. «Scusate il ritardo.» La Noia rise. «Tu sei sempre in ritardo.» «Perché?» «Perché oggi nessuno ti aspetta più.» L’Attenzione abbassò gli occhi. «Lo so.»

La discussione cominciò da una cosa apparentemente insignificante: un telefono appoggiato sul tavolo. Lo Stimolo Artificiale lo prese e cominciò a far scorrere il dito sullo schermo, tra un video di trenta secondi e un altro, un’immagine, una notizia, una guerra, un morto, un politico, un’inchiesta, un cane, una tragedia, una risata, una pubblicità, un’altra guerra e un’altra tragedia, tutto nello stesso spazio e tutto nello stesso minuto.

La Verità osservava in silenzio, poi disse: «Posso fare una domanda?» Lo Stimolo Artificiale continuò a scorrere. «Dimmi.» «Ma tu… hai capito qualcosa?» Lo Stimolo Artificiale si fermò. «Non importa.» «Come non importa?» «L’importante è che non mi annoi.» La Noia scoppiò a ridere. «Ecco! Finalmente qualcuno che mi dà importanza.» «Tu sei il problema!», gridò lo Stimolo Artificiale. «No», rispose la Noia, «io sono il vuoto che tu hai paura di incontrare.» La sala improvvisamente tacque.

La Brevità prese la parola. «Non capisco quale sia il problema, le persone hanno poco tempo e io le aiuto.» «Davvero?», domandò la Lentezza. «Certo, accorcio i video, riassumo i libri, sintetizzo le notizie, riduco i discorsi e porto tutto all’essenziale.» La Verità si alzò. «Tu non porti tutto all’essenziale.» «E cosa faccio?» «Tagli.» «È la stessa cosa.» «No, non lo è.»

La Verità si avvicinò al tavolo. «Quando tagli una spiegazione, non sempre elimini ciò che è inutile, a volte elimini proprio ciò che permette di capire.» La Brevità rimase in silenzio, mentre la Verità incalzava: «Un conflitto internazionale non nasce da un titolo, una crisi economica non nasce da una frase, una persona non può essere spiegata attraverso un post, e un omicidio non comincia con il cadavere.»

A quelle parole, l’Innesco sollevò lentamente la testa, essendo rimasto fino a quel momento nell’ombra. «Finalmente», disse. Tutti si voltarono.

«Avete parlato di tutto», disse l’Innesco, «della fretta, della brevità, dei telefoni, della noia e della tecnologia, ma avete dimenticato la cosa più importante.» «Quale?», domandò l’Attenzione. «L’inizio.» La sala si fece più silenziosa. «Ogni esplosione ha un prima», continuò. «Prima dell’evento c’è una condizione, una tensione, un accumulo, qualcosa che si prepara.» Guardò la Brevità. «E voi continuate a mostrarvi soltanto il momento finale.» La Verità annuì. «Esattamente.»

L’Innesco proseguì: «Vedete l’esplosione e dimenticate ciò che l’ha preceduta, vedete la rabbia ma non la frustrazione, vedete la violenza ma non l’accumulo di tensioni, vedete la guerra ma non la storia che l’ha preparata, e vedete il gesto ma non il percorso che ha condotto a quel gesto.» Si fermò. «E questo è esattamente ciò che accade quando consumate informazioni in trenta secondi.» La Lentezza lo guardò. «Perché non avete più tempo per l’innesco.»

L’Autenticità, fino a quel momento silenziosa, si alzò con un volto stanco. «Il problema, però, è ancora più profondo.» «Parla», disse la Verità. «Non stiamo soltanto perdendo la capacità di comprendere, stiamo perdendo noi stessi.» La sala rimase immobile. «Guardate cosa facciamo ogni giorno: camminiamo e guardiamo il telefono, mangiamo e guardiamo il telefono, aspettiamo il treno e guardiamo il telefono, siamo in fila e guardiamo il telefono, e persino quando siamo con un’altra persona, mentre ci parla, controlliamo una notifica.» L’Attenzione abbassò la testa. «Ci siamo disabituati alla presenza.»

L’Autenticità continuò: «Abbiamo trasformato ogni momento vuoto in un momento da riempire.» La Noia sorrise. «E io sono diventata una malattia.» «Non sei una malattia», disse la Lentezza. «Lo so, ma ormai tutti mi temono.»

La Noia si alzò e prese il suo calice. «Sapete quando sono più utile?» Nessuno rispose. «Quando non succede niente.» Lo Stimolo Artificiale sbuffò. «Che grande promessa.» «Invece sì», rispose la Noia, «perché quando non succede niente, finalmente può succedere qualcosa dentro di voi. È quando siete seduti senza fare nulla che un pensiero può nascere, è mentre camminate senza ascoltare niente che una domanda può comparire, è quando guardate fuori dalla finestra che improvvisamente ricordate una persona, ed è quando non avete uno schermo davanti agli occhi che potete incontrare voi stessi.»

L’Attenzione la guardò. «Forse ti abbiamo confusa con il vuoto.» «È questo il nostro errore», rispose la Noia. «Il vuoto non è sempre assenza, a volte è spazio.»

La Lentezza prese il libro che aveva accanto. «Seneca lo aveva già capito.» La Brevità fece una smorfia. «Ancora Seneca?» «Ancora Seneca.»

Aprì il libro. «Nusquam est qui ubique est.» La Verità tradusse: «Chi è ovunque non è da nessuna parte. Pensateci», disse la Lentezza. «Oggi possiamo essere in cento luoghi nello stesso minuto, possiamo sapere cosa accade in Ucraina, leggere una notizia di cronaca, vedere un video di politica, ascoltare una canzone, controllare il meteo e rispondere a un messaggio.» Fece una pausa. «Ma dove siamo veramente? Siamo dappertutto.» Guardò l’Autenticità. «E quindi non siamo più da nessuna parte.»

L’Attenzione si alzò improvvisamente. «Basta!» Tutti si voltarono. «Io non sono infinita», disse con la voce che tremava. «Mi avete trattata come se potessi essere divisa all’infinito: un secondo qua, dieci secondi là, una notifica, un messaggio, un video, un titolo, una pubblicità.» Guardò lo Stimolo Artificiale. «Tu mi chiami continuamente.» «È il mio lavoro.» «E il mio lavoro è concentrarmi.» «Allora concentrati.» «Non posso concentrarmi se mi interrompi continuamente.»

La discussione diventò accesa. La Brevità intervenne: «Le persone scelgono!» La Lentezza rispose: «Davvero? O sono state educate a non sopportare più la profondità?» Lo Stimolo Artificiale batté una mano sul tavolo. «Io offro ciò che le persone vogliono.» La Verità sorrise amaramente. «O forse dai alle persone ciò che le abitua a volere.»

Silenzio. Quella frase rimase sospesa nella stanza.

A quel punto entrò la Reazione, agitata e parlante rapidamente. «Avete visto cosa ha detto quello?» «Chi?» «Quello del video.» «Quale video?» «Quello di prima!» «E cosa ha detto?» «Non lo so.» «Come non lo sai?» «Non ho avuto tempo di ascoltare tutto, ma sono indignato.»

La Verità si mise una mano sulla fronte. «Ecco il problema.» La Reazione la guardò. «Quale problema?» «Reagisci prima di capire.» «Ma bisogna reagire!» «A cosa?» La Reazione rimase senza parole. La Verità continuò: «La libertà non consiste nel reagire rapidamente, consiste nel poter scegliere come reagire.» La Lentezza annuì. «Tra ciò che accade e ciò che facciamo dovrebbe esserci uno spazio.» «Uno spazio?» «Un secondo.» L’Autenticità aggiunse: «Proprio quel secondo che stiamo perdendo.»

L’Innesco tornò a parlare e tutti lo ascoltarono. «Ecco perché tutto questo appartiene alla filosofia dell’innesco: perché un essere umano, come un sistema sotto tensione, non dovrebbe essere osservato soltanto nel momento in cui esplode, ma bisogna capire cosa è successo prima, quali pensieri, quali paure, quali frustrazioni, quali desideri, quali influenze, quali parole, quali silenzi e quali accumuli.» «L’esplosione è l’ultimo fotogramma», aggiunse, «mentre la storia vera è tutto ciò che è accaduto prima.»

Si avvicinò al calice di vino. «Ed è la stessa cosa con l’uomo: se guardiamo soltanto il gesto, non conosciamo l’uomo; se guardiamo soltanto la notizia, non conosciamo la realtà; se guardiamo soltanto il risultato, non conosciamo il percorso; e se consumiamo soltanto il finale, perdiamo l’innesco.»

L’Autenticità prese il calice. «Sapete qual è la cosa che mi fa più paura?» Nessuno parlò. «Che stiamo diventando sempre più artificiali senza accorgercene.» Lo Stimolo Artificiale sorrise. «Finalmente qualcuno che mi riconosce.» «Non parlo di te.» «E di chi?» «Parlo dell’uomo.»

Il sorriso scomparve. «Un uomo che non sopporta il silenzio, che non sopporta l’attesa, che deve essere continuamente stimolato e che non riesce più a stare da solo con i propri pensieri.» Guardò la Verità. «Un uomo che riceve milioni di informazioni ma non riesce più a costruire un pensiero proprio.» La Noia sussurrò: «Un uomo che non sa più annoiarsi.» L’Attenzione aggiunse: «Un uomo che non sa più ascoltare.» La Lentezza: «Un uomo che non sa più aspettare.» La Verità: «Un uomo che non sa più dubitare.» E l’Autenticità concluse: «Un uomo che non sa più essere se stesso.»

La domanda finale

La sala era ormai completamente silenziosa, mentre fuori il mondo continuava a correre tra automobili, treni, notifiche, messaggi, video, podcast a velocità doppia, titoli, commenti e opinioni. Dentro quella stanza, invece, nessuno aveva più fretta.

La Lentezza guardò tutti. «Posso farvi una domanda?» «Sì.» «Che cosa ne facciamo di tutto il tempo che diciamo di aver risparmiato?» Nessuno rispose: la Brevità abbassò gli occhi, l’Attenzione guardò il proprio calice, la Noia sorrise, la Verità rimase immobile e l’Autenticità chiuse gli occhi. Fu l’Innesco a rispondere: «Forse il problema non è che abbiamo poco tempo, forse abbiamo dimenticato come usarlo.»

Un piccolo atto di resistenza

Quella sera nessuno prese il telefono e il vino rimase nel calice, non perché qualcuno avesse deciso di diventare migliore o perché la tecnologia fosse diventata improvvisamente il nemico, ma perché, per una volta, quelle persone avevano deciso di restare: restare dentro una conversazione, dentro un pensiero, dentro un silenzio, e dentro una domanda senza pretendere immediatamente una risposta.

Forse la vera rivoluzione non è smettere di usare la tecnologia, ma smettere di permettere alla tecnologia di decidere la velocità con cui dobbiamo vivere. Forse dovremmo tornare a leggere un libro intero, ascoltare una persona senza interromperla, guardare un film senza controllare il telefono, camminare senza auricolari, bere un bicchiere di vino lentamente, e lasciare che la noia arrivi.

E soprattutto, ogni tanto, non fare assolutamente niente, perché è proprio lì, in quello spazio apparentemente inutile, che potrebbe ricominciare qualcosa: un pensiero, un ricordo, una domanda, una scelta, forse persino noi.

Seneca, duemila anni fa, scriveva che non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto, e oggi quelle parole sembrano scritte per noi. Abbiamo costruito strumenti capaci di farci risparmiare secondi e poi abbiamo riempito quei secondi con altri stimoli, accelerando tutto: la musica, i video, i messaggi, le informazioni, le conversazioni, la conoscenza e, alla fine, anche noi stessi.

Ma un essere umano non è una macchina progettata per consumare contenuti: ha bisogno di tempo, di memoria, di silenzio, di profondità, di incontrare la complessità, e soprattutto ha bisogno di essere autentico. Perché il vero pericolo non è che la macchina diventi sempre più intelligente, ma che l’uomo diventi sempre più artificiale.

E allora forse dobbiamo tornare all’Innesco, non per provocare un’esplosione, ma per capire che ogni esplosione ha una storia, ogni gesto ha una causa, ogni emozione ha un percorso, e ogni uomo ha un “prima”. Forse anche la nostra perdita di autenticità ha avuto un innesco, ed è cominciata lentamente, un secondo alla volta, un video alla volta, una notifica alla volta, una distrazione alla volta, fino a quando non ci siamo accorti che il nostro tempo non ci apparteneva più.

E allora fermiamoci, solo per un momento: mettiamo giù il telefono, guardiamo negli occhi chi abbiamo davanti, ascoltiamo, respiriamo, e lasciamo che un secondo duri davvero un secondo. Perché forse la più grande forma di resistenza del nostro tempo non è correre più velocemente, ma avere il coraggio di fermarsi e ritrovare, nel silenzio, l’uomo che stavamo perdendo.