di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente / Perito Esplosivista -Scrittore e autore di narrativa investigativa
La Filosofia dell’Innesco
Quando la materia e l’uomo nascondono dentro di sé una tensione che chiede di essere ascoltata
C’è una parola che, nella mia vita professionale di artificiere, ha avuto un significato molto preciso: stabilità. Davanti a un ordigno esplosivo, la domanda più importante non era soltanto “che cosa ho davanti?”, ma “quanto è stabile ciò che ho davanti?”. Perché un esplosivo può apparire immobile, silenzioso, quasi innocuo, eppure l’apparenza non racconta necessariamente ciò che accade al suo interno. Ed è proprio qui che nasce una riflessione sull’uomo: perché anche l’essere umano, a volte, appare tranquillo mentre dentro di sé qualcosa ribolle. Un pensiero, un desiderio, una paura, una scelta non ancora compiuta, una domanda alla quale non riesce a dare risposta: un’inquietudine. E allora mi sono chiesto: e se l’inquietudine fosse, per l’uomo, ciò che l’instabilità rappresenta per la materia? Non una malattia, né necessariamente qualcosa da eliminare, ma una tensione interna che ci dice che dentro di noi qualcosa si sta muovendo.
Chi ha lavorato con gli esplosivi sa che la parola stabilità non può essere presa alla leggera. Esistono esplosivi, la cui stabilità nel tempo varia e alcuni possono andare incontro a processi di alterazione o decomposizione spontanea, lenta, senza che sia immediatamente evidente una causa esterna. Penso, per esempio, agli eteri nitrici, una famiglia di composti che, dal punto di vista della stabilità chimica, può presentare fenomeni di decomposizione progressiva. Non voglio trasformare questo articolo in una lezione di chimica, mi interessa altro: mi interessa la metafora. Una materia può sembrare ferma e, nello stesso tempo, essere attraversata da una trasformazione interna. E allora penso all’uomo. Anche noi possiamo stare seduti, parlare, sorridere, andare al lavoro, tornare a casa e condurre apparentemente una vita normale, eppure dentro possiamo essere attraversati da qualcosa: una domanda, un desiderio, una contraddizione, una necessità di cambiare. Questa è l’inquietudine.
Ci hanno insegnato che dovremmo cercare continuamente la tranquillità, essere sereni, eliminare l’ansia, raggiungere la pace interiore e spegnere il rumore della mente. Ma siamo sicuri che l’obiettivo dell’esistenza debba essere quello di diventare completamente immobili dentro?
Io non ne sono convinto.
Perché c’è una cosa che ho imparato dalla vita e dal mio lavoro: ciò che è vivo cambia. L’uomo cambia, le idee cambiano, le società cambiano, i rapporti cambiano, il mondo cambia. E forse anche l’inquietudine è una delle forme attraverso cui percepiamo questo continuo divenire. L’inquietudine ci ricorda che non siamo conclusi, che non siamo arrivati, che c’è ancora qualcosa da comprendere, da scegliere, da costruire.
Quando ero artificiere e mi trovavo davanti a un ordigno esplosivo, provavo certamente rispetto per il pericolo, ma non parlerei soltanto di paura. La parola che oggi utilizzerei è un’altra: angoscia. Era quella sensazione profonda che precede una scelta, la consapevolezza che davanti a te c’era qualcosa che poteva cambiare tutto in un istante. Non era semplicemente la paura di ciò che avevo davanti, era la consapevolezza della possibilità: la possibilità che qualcosa andasse storto, la possibilità di sbagliare, la possibilità che quella materia apparentemente immobile potesse trasformarsi improvvisamente in energia distruttiva. In quel momento entrava in gioco anche la responsabilità: dovevo osservare, valutare, decidere, agire. E qui, molti anni dopo, ho trovato una sorprendente vicinanza con il pensiero del ffilosofo Kierkegaard.
Kierkegaard distingueva la paura dall’angoscia: la paura ha un oggetto, l’angoscia nasce davanti alla possibilità. È quella vertigine che compare quando ci rendiamo conto che esistono diverse strade e che dobbiamo scegliere. Ed è proprio questo che mi fa pensare all’artificiere davanti a un ordigno: non c’è soltanto il pericolo, c’è la possibilità. E la possibilità produce inquietudine. mmagina di trovarti davanti a un bivio in montagna: vedi un cartello che indica due strade diverse per arrivare in cima, ma non sai quale sia la migliore. Un esempio : Non c’è un pericolo immediato o un mostro che ti insegue (quindi non provi paura), ma senti una specie di “nodo allo stomaco” (l’angoscia). È quella sensazione di blocco che provi perché sai che puoi scegliere, e che la responsabilità del risultato è unicamente tua.
Forse è questa la differenza fondamentale: un ordigno è materia, l’uomo è materia ma è anche coscienza. E la coscienza introduce qualcosa di straordinario, la possibilità di scegliere. Sappiamo di essere mortali, di non conoscere il futuro, di essere incompiuti, sappiamo che il mondo continuerà a cambiare anche senza di noi. E allora, come possiamo pretendere di vivere permanentemente in una condizione di assoluta quiete? Forse non possiamo, forse non dobbiamo. L’inquietudine potrebbe essere semplicemente il rumore che fa la nostra coscienza quando entra in contatto con la realtà.
Ma c’è un’altra cosa che mi interessa ancora di più: che cosa facciamo con questa inquietudine? Possiamo subirla, nasconderla, fingere che non esista, oppure possiamo trasformarla. Ed è qui che entra in gioco la creatività. Scrivere, per me, è diventato anche questo: prendere qualcosa che dentro non ha ancora una forma e cercare di dargliela attraverso le parole. Un pensiero diventa una frase, una frase una pagina, una pagina un libro, e qualcosa che prima era soltanto inquietudine diventa materia pensabile. Forse è questo che fanno gli artisti, forse è questo che fanno gli scrittori, forse è questo che facciamo tutti ogni volta che trasformiamo ciò che abbiamo dentro in qualcosa che può stare fuori di noi.
Io , l’Inquietudine e L’Angoscia
Immaginate adesso una panchina, un parco, una giornata tranquilla. Io sono seduto e accanto a me ci sono due figure che, in realtà, non esistono: sono due idee diventate persone. Da una parte c’è la Pace Interiore, dall’altra c’è l’Inquietudine.
Le guardo entrambe. La Pace Interiore sorride; l’Inquietudine, invece, non sta mai ferma. Si muove, guarda l’orologio, guarda il cielo, guarda me e comincia a parlare: «Tu vuoi mandarmi via.»
La guardo: «Non sempre.»
«Sì. Ogni volta che cerchi di stare tranquillo vuoi che io sparisca.»
La Pace Interiore interviene: «Perché io ti faccio stare bene.»
L’Inquietudine sorride: «No. Tu gli fai credere di essere arrivato.»
La Pace Interiore rimane in silenzio.
Io guardo entrambe e chiedo: «Ma perché dovrei scegliere una di voi?» L’Inquietudine risponde: «Perché io ti ricordo che non sei arrivato.» «E tu cosa vuoi da me?» «Voglio che tu continui a cercare.» «E se volessi soltanto stare tranquillo?» «Puoi farlo.» «E poi?» «Poi tornerò.» La guardo. Per la prima volta mi accorgo che non è lì per distruggermi, è lì per ricordarmi che sono vivo.
La Pace Interiore mi prende una mano: «Non ascoltarla troppo.»
L’Inquietudine sorride: «E non ascoltare troppo nemmeno lei.»
Le guardo e penso che forse hanno ragione entrambe. La pace serve, l’inquietudine serve. Ma se dovessi scegliere quale delle due mi ha accompagnato più a lungo nella vita, so già la risposta: l’inquietudine. Perché la pace mi ha permesso di fermarmi, l’inquietudine mi ha costretto a ripartire. La pace mi ha dato riposo, l’inquietudine mi ha fatto fare domande. La pace mi ha fatto respirare, l’inquietudine mi ha fatto vivere.
Ed è qui che ritorno alla mia parola: l’innesco. Non quello che appartiene soltanto alla tecnica dell’esplosivo, ma quello che appartiene all’uomo. Perché nella vita spesso basta qualcosa di piccolo – una parola, un incontro, una perdita, una paura, un amore, un’ingiustizia, una domanda, un ricordo, un pensiero – per mettere in movimento qualcosa di enorme. Qualcosa entra dentro di noi e comincia a lavorare; non sappiamo immediatamente dove ci porterà, ma sappiamo che qualcosa è cambiato.
Forse l’inquietudine è proprio questo: l’innesco di una trasformazione che non abbiamo ancora imparato a leggere. E allora non voglio più guardarla soltanto come qualcosa da combattere, voglio ascoltarla. Perché ogni tanto, quando arriva, potremmo sederci davanti a lei e chiederle: «Che cosa vuoi che io costruisca?».
Forse non avrà una risposta immediata, forse ci farà ancora tremare le ginocchia, forse ci lascerà per qualche tempo sulla soglia delle nostre certezze. Ma forse è proprio lì che comincia qualcosa.
Perché l’uomo completamente tranquillo, completamente appagato, completamente immobile, forse non ha più nulla da cercare. L’uomo inquieto, invece, continua a guardare oltre, continua a domandare, continua a scegliere, continua a creare, continua a vivere. E forse, alla fine, la Pace Interiore e l’Inquietudine non sono nemiche; sono due forze che camminano insieme. Ma se devo scegliere quella che mi ha insegnato di più, io scelgo l’Inquietudine. Perché, come artificiere, ho imparato che davanti a qualcosa che sembra immobile bisogna sempre chiedersi cosa stia accadendo dentro.
E come scrittore ho imparato la stessa cosa guardando l’uomo: sotto la pelle, qualcosa ribolle sempre. E forse è proprio quello che ci rende vivi.




