di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente / Perito Esplosivista -Scrittore e autore di narrativa investigativa
Io, l’Ambiente e Me stesso davanti a un caffè
Quella mattina eravamo seduti in tre davanti a un caffè: io, l’Ambiente e Me stesso. Tre persone apparentemente uguali, ma con compiti diversi. Io facevo le domande, Me stesso cercava di capire le risposte, mentre l’Ambiente, dal canto suo, sembrava non avere alcuna intenzione di collaborare. Beveva il suo caffè, osservando la scena.
«Perché continui a guardarmi?» mi chiese. «Perché sto cercando di capire quanto tu possa influenzare quello che siamo.» «Io non influenzo nessuno.» Sorrisi. «Questa è una bella bugia.» «Perché?» «Perché conosco gli esplosivi.»
A quel punto anche Me stesso sollevò lo sguardo, e cominciammo da lì.
Quando si parla di esplosivi, si tende a concentrarsi solo sull’oggetto, sull’innesco o sulla quantità di materiale, cercando il punto esatto in cui avverrà la deflagrazione o la detonazione. Ma c’è qualcosa che spesso dimentichiamo: l’ambiente. Eppure, l’ambiente è una delle variabili fondamentali per comprendere gli effetti di un’esplosione.
Un’onda d’urto che si sviluppa in uno spazio completamente aperto può espandersi senza incontrare ostacoli, lasciando che l’energia si allontani dalla sorgente e si distribuisca nel vuoto. Ma immaginiamo la stessa esplosione in un ambiente urbano, tra strade strette, palazzi, muri e vetrate. Lo scenario cambia: l’energia incontra ostacoli, viene modificata dal luogo in cui si trova e gli effetti diventano completamente differenti. L’esplosione è la stessa, ma non lo è l’ambiente. Ed è proprio qui che la materia degli esplosivi, per me, smette di essere tecnica per diventare una chiave di lettura dell’essere umano.
«Vuoi paragonare una persona a un ordigno?» mi domandò Me stesso. «No. Cerco solo una similitudine tra l’energia e il modo in cui viene liberata.»
Pensiamoci: dentro ogni persona esiste energia. Non parlo soltanto di forza fisica, ma di rabbia, paura, entusiasmo, ambizione, frustrazione, amore, dolore, desiderio, solitudine; tutte quelle forze che, insieme, costruiscono il nostro carattere e le nostre reazioni. Eppure, la stessa persona può comportarsi in modo diverso a seconda dell’ambiente in cui si trova. È qui che spesso commettiamo un errore: guardiamo soltanto la persona, dimenticando il luogo.
Un uomo può essere tranquillo per tutta la giornata e diventare aggressivo in un determinato ambiente, può essere paziente con alcuni e perdere il controllo con altri, sentirsi sicuro in un luogo e fragile in un altro. Se ha imparato a controllare la propria rabbia, ma si trova immerso in situazioni che la alimentano costantemente, la domanda non dovrebbe essere soltanto: «Che cosa ha quest’uomo?». Dovremmo aggiungere: «Dove si trova quest’uomo quando reagisce in questo modo?». È una domanda diversa, e forse molto più interessante.
L’Ambiente appoggiò la tazzina. «Finalmente qualcuno si accorge di me.» «Non esagerare. Non puoi diventare il colpevole di tutto, ma nemmeno dichiararti innocente.»
Rimase in silenzio. Avevamo toccato il punto. Sarebbe troppo facile dire che siamo solo il prodotto dell’ambiente, ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che esso non abbia alcuna influenza. La responsabilità personale esiste, eccome, ma esiste anche il contesto in cui quella responsabilità viene esercitata. Comprendere il contesto non significa trovare una scusa, ma conoscere il terreno sul quale camminiamo.
Nel mio lavoro ho imparato che, davanti a un possibile pericolo, non basta guardare ciò che hai davanti; devi osservare ciò che hai intorno: lo spazio, le distanze, gli ostacoli, le vie di fuga. Devi valutare ciò che può amplificare un effetto e ciò che può attenuarlo. La stessa sorgente energetica può produrre conseguenze differenti in condizioni differenti. Questa è una lezione tecnica, ma può diventare una lezione sulla vita: guardiamo l’uomo che esplode e dimentichiamo di guardare la stanza nella quale è esploso.
Immaginiamo due persone sottoposte alla stessa pressione. Una vive in un ambiente dove può confrontarsi, sbagliare senza essere giudicata e trovare ascolto; l’altra vive in un luogo dove ogni errore diventa un’accusa, ogni parola una provocazione, ogni debolezza un’arma. Possiamo aspettarci che reagiscano allo stesso modo? Forse sì, ma forse no. Perché l’essere umano, come qualsiasi sistema, reagisce anche alle condizioni in cui la sua energia viene accumulata e liberata. Qui arriviamo a una parola che mi interessa particolarmente: innesco.
L’innesco non è la causa di tutto, ma è ciò che porta un sistema dalla condizione di attesa alla reazione. Nella vita gli inneschi sono ovunque: una frase, uno sguardo, un ricordo, un luogo, un’abitudine o una determinata ora della giornata. Qualcuno ci provoca e perdiamo il controllo, entriamo in un posto e sentiamo salire la tensione, vediamo qualcuno e cambia il nostro umore. Non sempre ci chiediamo perché, semplicemente reagiamo. Forse dovremmo studiare i nostri inneschi con la stessa attenzione con cui un tecnico studia una situazione di rischio: non per avere paura, ma per conoscerci.
Me stesso mi guardò. «Ma allora dovrei cambiare tutto quello che mi circonda?» «Non necessariamente. Se non puoi cambiare la casa, il lavoro o la città, cambia qualcosa di più piccolo.»
Non sempre abbiamo la possibilità di demolire un edificio, ma possiamo aprire una porta. Non sempre possiamo cambiare completamente la nostra vita, ma possiamo modificare le condizioni in cui la viviamo: interrompere un’abitudine, cambiare un percorso, spegnere una fonte di rumore o allontanarci da una discussione prima che degeneri. A volte non serve cambiare tutto, serve cambiare la geometria della nostra giornata.
Questa è una delle cose più difficili da comprendere. Pensiamo di essere liberi perché nessuno ci obbliga fisicamente, ma la libertà è anche riuscire a vedere da dove arriva la spinta che ci porta a scegliere. Possiamo essere convinti di aver deciso liberamente, mentre siamo stati accompagnati verso quella scelta dall’ambiente che frequentiamo. Le discussioni, le immagini, le paure e le abitudini costruiscono un paesaggio invisibile a cui, dopo anni, non facciamo più caso.
«Quindi l’ambiente ci domina?» chiese l’Ambiente. «No. Prima ti osserviamo, poi decidiamo quanto spazio concederti.»
Questa è la vera libertà: non eliminare ogni influenza, che sarebbe impossibile, ma diventarne consapevoli. Soltanto ciò che riconosciamo può essere modificato.
Pensate ancora all’onda d’urto: in uno spazio aperto si espande, in un ambiente confinato incontra superfici, si riflette, cambia comportamento. Lo spazio diventa parte dell’evento. Succede la stessa cosa nella nostra vita. Quando dentro di noi nasce una tensione, essa non si manifesta nel vuoto: incontra persone, ricordi, luoghi e situazioni. Ecco perché non basta domandarsi: «Che cosa ho dentro?». Dobbiamo anche chiederci: «Dove sto mettendo ciò che ho dentro?».
Quella domanda rimase sul tavolo. Me stesso disse: «Forse ho sempre cercato di cambiare soltanto me stesso». «E non ci sei riuscito?» «Non completamente.» «Perché forse non devi cambiare solo te stesso, ma anche il modo in cui entri in rapporto con ciò che ti circonda.»
Un carattere non vive isolato, né la nostra rabbia, né la nostra paura. Tutto entra in relazione con qualcosa, ed è dentro quella relazione che nasce la nostra risposta.
Il caffè era ormai freddo. L’Ambiente si alzò. «Allora sono importante.» «Molto. Ma non sei il padrone.» «E chi decide?»
Non risposi subito. Guardai Me stesso, poi guardai me, e dissi: «Decide chi riesce a vedere entrambi». Io, l’Ambiente e Me stesso: tre elementi della stessa storia, tre punti di osservazione. Io sono quello che guarda, l’Ambiente è quello che condiziona lo spazio, Me stesso è quello che deve assumersi la responsabilità della risposta.
Forse dovremmo imparare a fare una cosa semplice: quando sentiamo che dentro di noi cresce qualcosa, prima di giudicarci, fermiamoci. Dove siamo? Con chi siamo? Cosa è accaduto prima? Quale parola o luogo ci rende migliori o più fragili? Quali sono i nostri ostacoli e le nostre vie di fuga? Dove la nostra energia si disperde o si concentra pericolosamente? Non sono domande da psicologo, sono domande da osservatore, da uomo che vuole capire prima di giudicare. E forse, anche da artificiere.
Quando ho iniziato a riflettere su questo, mi sono accorto che l’innesco non è solo ciò che fa partire qualcosa, è anche un avvertimento. Ci dice che esiste energia pronta a trasformarsi. Allora la domanda non è sempre «come eliminare l’innesco?», ma «come comprendere l’ambiente in cui quell’innesco si trova?». Una persona può trovare spazio per espandersi oppure muri contro cui rimbalzare. La maturità non consiste nell’essere immuni a tutto questo, ma nel riconoscerlo.
Quando ci alzammo, l’Ambiente mi chiese: «Ci rivediamo domani?» «Certamente. E Me stesso verrà con noi.»
Perché possiamo cambiare casa, lavoro o abitudini, ma da noi stessi non possiamo scappare; possiamo soltanto imparare a conoscerci. È qui che la Filosofia dell’Innesco incontra la vita. Non siamo soltanto ciò che portiamo dentro o ciò che ci accade: siamo anche il modo in cui la nostra energia incontra il mondo. Conta ciò che trova davanti, ciò che la contiene, ciò che la riflette.
Prima di chiedersi: «Che cosa c’è che non va in me?», sarebbe più intelligente fermarsi e chiedere: «In quale ambiente sto cercando di vivere con tutta questa energia dentro?». Potremmo scoprire qualcosa di sorprendente: che forse non siamo sempre sul punto di esplodere, ma semplicemente nel posto sbagliato per poterci espandere senza far male a noi stessi e agli altri.

