di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente / Perito Esplosivista -Scrittore e autore di narrativa investigativa
Il Mediterraneo era calmo. Su una piccola barca eravamo in tre: l’Africa, l’Occidente e io.
Avevo deciso di fare da mediatore. Guardai l’Africa: «Perché sei arrabbiata?» L’Africa guardò l’Occidente: «Perché da troppo tempo mi dite: “Aiutiamoli a casa loro”.» L’Occidente rispose: «E cosa c’è di sbagliato?» L’Africa sorrise amaramente: «Che mentre dite di aiutarmi, venite a prendere le mie ricchezze.»
Ci fu silenzio. «Ho oro, rame, cobalto, litio, petrolio, gas, diamanti. Ho terre agricole, cacao, caffè, cotone. Ho risorse che il mondo cerca.» Indicò l’Occidente. «Ma spesso io vendo la materia prima e voi la trasformate.»
«Non è così semplice», disse l’Occidente.
«Forse no, ma guarda il cacao», continuò l’Africa. «Io lo coltivo, lo vendo, e voi lo trasformate in cioccolato, gli mettete un marchio e lo vendete in tutto il mondo.» Si fermò. «Io vendo cacao, voi vendete cioccolato.»
Guardai l’Occidente: «Questa è la differenza tra possedere una risorsa e possedere il valore di quella risorsa.»
L’Africa annuì: «Esatto.» Poi continuò: «E allora perché, quando io voglio costruire fabbriche, università, industrie e tecnologia, devo essere considerata soltanto una povera da aiutare?»
L’Occidente rispose: «Perché sviluppare un’industria è difficile. Servono capitali, tecnologia, energia e competenze.»
L’Africa lo guardò negli occhi: «Allora aiutatemi a costruirle.»
Silenzio. Intervenni io: «Forse qui c’è il vero problema.» L’Africa mi guardò: «Quale?» «Che un’Africa industriale non sarebbe più soltanto un’Africa da cui comprare materie prime.» «Sarebbe una concorrente.» «Esatto.»
L’Africa sorrise: «E forse è proprio questo che vi preoccupa.»
L’Occidente rimase in silenzio, mentre l’Africa continuava: «Oggi comprate il mio cobalto, domani potrei produrre io le batterie. Oggi comprate il mio litio, domani potrei produrre tecnologia. Oggi comprate il mio cacao, domani potrei vendervi cioccolato. Oggi comprate il mio cotone, domani potrei vendervi vestiti.» Poi aggiunse: «E non sareste più voi a stabilire da soli il prezzo.»
Guardai l’Occidente. L’Africa continuò: «Perché quando avrò imparato a trasformare le mie risorse, potrò scegliere a cui vendere: all’Europa, all’Asia, all’America, e potrò vendere ai vostri cittadini prodotti fatti in Africa.»
L’Occidente la guardò: «E questo cosa cambierebbe?»
L’Africa rispose: «Cambierebbe tutto. Oggi venite da me per comprare la materia prima a un certo prezzo, domani potreste dover comprare da me il prodotto finito.» Fece una pausa. «E il prezzo potrebbe essere molto più alto.»
Intervenni io: «Perché nel prezzo non ci sarebbe più soltanto la materia prima.» «Esatto», disse l’Africa. «Ci sarebbe il lavoro degli operai, la tecnologia, la fabbrica, la ricerca, l’energia, il marchio, la distribuzione, tutto il valore che oggi spesso viene creato altrove.»
L’Occidente rimase pensieroso. L’Africa lo guardò: «E allora sareste voi a pagare.»
Quella frase cadde sulla barca come una pietra, perché il mondo potrebbe cambiare proprio così, non necessariamente domani, forse tra venti o trent’anni. Ma immaginiamo per un momento che l’Africa diventi davvero industriale: un’Africa ricca, capace di produrre, di vendere e di fissare il proprio prezzo. A quel punto noi occidentali potremmo trovarci dall’altra parte del tavolo, non più a comprare soltanto la materia prima, ma a comprare il prodotto finito, e forse a pagarlo molto di più.
Ma c’è un’altra conseguenza ancora più importante. Guardai l’Africa: «E le persone?»
L’Africa capì subito: «Gli africani che oggi vivono e lavorano in Europa?» «Sì.» L’Africa sorrise: «Se un giorno a casa mia ci saranno fabbriche, aziende, università, ospedali, infrastrutture e salari migliori, molti dei miei figli potrebbero decidere di tornare.» L’Occidente intervenne: «E perché dovrebbero tornare?»
L’Africa rispose: «Perché casa è sempre casa. Oggi molti vengono qui perché cercano ciò che non trovano da noi: lavoro, sicurezza, possibilità.» Poi guardò l’orizzonte. «Ma se quelle possibilità le costruissimo in Africa, perché dovrebbero essere costretti a partire?»
Questa volta nessuno parlò. Pensai alle migliaia, ai milioni di persone che oggi lavorano lontano dal luogo in cui sono nate: operai, tecnici, medici, ingegneri, artigiani, imprenditori, persone che lavorano, producono e pagano tasse nei Paesi occidentali. E pensai a uno scenario completamente diverso: un’Africa che non esporta più soltanto materie prime, ma anche opportunità. A quel punto potrebbe accadere qualcosa che oggi sembra quasi impossibile, e cioè che alcuni di coloro che sono partiti potrebbero tornare, non perché l’Europa li abbia cacciati, ma perché finalmente avrebbero qualcosa per cui tornare.
E allora anche l’Occidente dovrebbe affrontare una nuova realtà: potrebbe perdere una parte di quella forza lavoro, avere meno lavoratori in alcuni settori, dover pagare salari più alti e competere con un’Africa che offre lavoro ai propri cittadini. Questo potrebbe avere conseguenze economiche importanti. L’Occidente potrebbe trovarsi davanti a una situazione completamente nuova, in cui l’Africa non è più il luogo da cui arrivano persone in cerca di lavoro, ma diventa il luogo verso cui tornano persone con competenze.
Guardai l’Occidente: «Capisci adesso perché la frase “Aiutiamoli a casa loro” può essere una grande contraddizione?»
L’Occidente non rispose. Io continuai: «Perché se davvero li aiutassimo a casa loro, costruendo industrie, scuole, università, tecnologia e lavoro, dovremmo essere pronti ad accettare le conseguenze.»
«Quali?» Guardai l’Africa: «Che un giorno potrebbero non aver più bisogno di noi.» Guardai l’Occidente: «E forse potremmo essere noi ad avere bisogno di loro.»
Il mare era sempre calmo, la barca continuava a navigare. L’Africa guardò l’Europa: «Io non voglio essere povera per sempre.» L’Occidente rispose: «E io non voglio essere tuo nemico.»
L’Africa sorrise: «Allora non trattarmi come una colonia economica.» «E tu cosa vuoi?» «Voglio diventare ricca con le mie risorse.»
Io li guardai entrambi. Forse era tutto lì: non si trattava di aiutare l’Africa a casa sua, si trattava di permettere all’Africa di costruire una casa dove i suoi figli possano vivere e lavorare. Perché il vero aiuto non è quello che crea dipendenza, ma quello che, un giorno, rende l’aiuto inutile. E forse dobbiamo avere il coraggio di dirlo: un’Africa ricca cambierebbe anche l’Occidente. Potremmo pagare di più alcune materie prime trasformate, comprare prodotti africani a prezzi più alti, perdere mercati, lavoratori e parte del nostro vantaggio economico.
Ma sarebbe davvero una sconfitta? Forse no, perché significherebbe che un continente che per troppo tempo abbiamo considerato povero ha finalmente imparato a trasformare la propria ricchezza in futuro.
E allora la frase “Aiutiamoli a casa loro” dovrebbe essere pronunciata con molta più sincerità, perché aiutare davvero l’Africa significa accettare anche questo: un giorno potrebbe essere abbastanza ricca da non avere più bisogno del nostro aiuto. E forse, quel giorno, saremo noi a dover imparare a comprare da lei.
La barca proseguì verso nord: dietro di noi l’Africa, davanti a noi l’Europa, in mezzo il Mediterraneo.
E io pensai: forse la vera domanda non è “Come facciamo ad aiutarli a casa loro?”, ma: “Siamo davvero pronti a vedere cosa succederà quando l’Africa diventerà abbastanza forte da poter fare a meno di noi?”
Quando l’Occidente scese dalla barca e rimise piede a terra, realizzò all’improvviso la portata di quel dialogo: se davvero l’Africa avesse sviluppato la propria industria, nel giro di dieci anni si sarebbe scatenata una spietata guerra economica. Fu allora che sussurrò a se stesso che era infinitamente meglio mantenere lo status quo, tollerando il caos continuo degli sbarchi e degli immigrati pur di evitare un rivale commerciale così potente. Quel celebre motto non doveva trasformarsi in realtà, ma rimanere soltanto una formula vuota, uno slogan cinico da ripetere all’infinito. Aiutiamoli a casa loro.

