Flavio emerge dal G7 di Genova non solo come tecnico, ma come l’eroe invisibile di una città che non saprà mai quanto gli deve. Il calore a Genova, quel luglio, non è solo meteorologico; è una cappa pesante di tensione e sudore. Mentre i grandi del mondo discutono a Palazzo Ducale, il cuore pulsante della protesta batte allo Stadio della Vittoria, stipato di migliaia di manifestanti. La segnalazione arriva via radio alle 18:14. Una valigia rigida, abbandonata sotto un furgone parcheggiato nei pressi dello stadio. Flavio scende dal mezzo della Squadra con i muscoli già contratti. Non c’è tempo per evacuare diecimila persone senza scatenare il panico e una carneficina da calca.

Il momento in cui Flavio e il suo collega Lorenzo intuiscono la verità è carico di una tensione sottile, elettrica. Non è un allarme urlato, ma una frase sussurrata, di quelle che gelano il sangue perché pronunciate con una calma innaturale. Tra la marea di ragazzi che entrano ed escono, uno studente sui vent’anni, con lo zaino in spalla e lo sguardo perso nel vuoto, si ferma a pochi metri da loro. Ha l’accento inconfondibile della loro terra, una cadenza del sud che, in quel contesto ostile, suona quasi come un richiamo familiare. Il ragazzo non scappa; fissa un punto imprecisato verso le gradinate. Quando i due artificieri gli passano accanto, lui non li guarda negli occhi, ma dice a bassa voce, quasi tra sé e sé: «Uè, Dispettò… mettetevi le protezioni. Quelle pesanti. Potrebbe saltare tutto da….
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