Don Mimì aveva fatto una promessa, sussurrata tra i denti davanti a un caffè amaro: «’O Scimpanzé non mangerà più banane». In quel codice fatto di simboli, non era una semplice minaccia; era la sentenza di morte per chi aveva osato scambiare la pazienza di un leone per la debolezza degli anni. La cena era finita da poco. Un vassoio di plastica sporco di sugo era l’ultima immagine di normalità nella sezione di massima sicurezza. Alì si trovava nel proprio quadrato di cemento, affiancato dai suoi due guardaspalle più fidati, convinto che il ferro dei cancelli fosse uno scudo sufficiente.
Poi, accadde l’impossibile.
Senza un grido, senza il suono di un allarme, il blocco della cella scattò. Non furono le guardie a farlo; o meglio, lo fecero, ma girando gli occhi altrove e cedendo le chiavi al volere di chi comanda anche oltre la legge.
Alì ebbe un istinto animale. Avvertì il gelo della fine prima ancora di vedere le ombre. Cercò di scavalcare i suoi stessi uomini, di proiettarsi verso l’uscita in un disperato tentativo di fuga, ma fu inutile.
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Raffaele Nocera

