Ombre nell’ombra: Quando il giuramento viene tradito

È una sera di luglio, di quelle in cui il caldo di Salerno ti si incolla addosso e l’aria sembra carica di elettricità statica. Seduto al tavolino di un bar, osservo il viavai dei passanti, ma la mente corre altrove. Accanto a me c’è un vecchio collega. Abbiamo condiviso anni di “strada” e di silenzio, il tipo di silenzio che si costruisce quando sai che la tua vita dipende da chi ti copre le spalle. Sulle prime pagine dei giornali, il caso dell’arresto dei due ex 007 accusati di spionaggio per la Russia.

— “Hai letto, vero?” esordisce lui, scuotendo la testa mentre posa il giornale sul tavolino.

— “Letto tutto. E, per essere onesto, non so cosa mi faccia più rabbia: il tradimento in sé o la banalità del prezzo,” rispondo, tamburellando le dita sul metallo del tavolo.

— “Ventimila euro, si dice. Per quanto? Per segreti militari? Per i nomi di chi è ancora sul campo a rischiare la pelle? È un’offesa non solo allo Stato, ma a ogni singolo operatore che ha giurato fedeltà. C’è un abisso tra l’intelligence di cui facevamo parte noi e questo… mercato rionale di informazioni.”

— “Hai ragione. Vedi, in tutti quegli anni di servizio, impari che il rischio fa parte del gioco. Ti prepari al peggio, ti addestri per gestire l’imprevisto. Ma nessuno ti prepara a scoprire che il ‘nemico’ non è solo fuori dai confini, ma è un ex collega che decide di vendere il proprio passato per un pugno di banconote trovate in contanti sotto un materasso.”

— “L’Aisi ha fatto bene a far scattare le indagini,” continua lui, abbassando la voce. “È il controspionaggio che deve ripulire la casa. Ma la cosa che più mi scuote è il coinvolgimento di militari in servizio. Una rete, a quanto pare. Hanno usato la struttura, hanno usato il sistema, per drenare notizie protette.”

— “È il veleno del ‘verismo operativo’ che si capovolge,” osservo amaro. “Quell’accesso abusivo ai sistemi, quel procacciamento di notizie… non è spionaggio da romanzo. È burocrazia del tradimento. Hanno ridotto la sicurezza nazionale a una pratica di compravendita.”

— “Siamo invecchiati, forse. O forse il mondo è diventato cinico troppo in fretta.”

— “No, non è cinismo. È mancanza di etica. Quando indossi quella divisa, o quando operi nell’ombra, il limite non lo traccia il codice penale. Lo traccia la tua coscienza. Se quella viene meno, sei solo un guscio vuoto pronto a essere comprato dal miglior offerente, che sia un agente del GRU o chiunque altro.”

— “Il punto è che queste storie lasciano cicatrici lunghe,” conclude il mio collega, guardando il vuoto. “Perché ora, ogni volta che un ragazzo in servizio chiederà un documento o un’informazione, ci sarà un secondo di esitazione in più. Il sospetto diventa il rumore di fondo delle nostre istituzioni.”

Restiamo in silenzio per un lungo momento. Le luci di Salerno si accendono, ma il peso di quella notizia rimane lì, tra i nostri caffè. Il tradimento, nel nostro mondo, è l’unica cosa che non ha mai prescrizione.

— “Ma dimmi una cosa,” riprendo, mentre ordino un altro caffè per coprire quel vuoto che mi porto dentro. “Al di là dello sdegno, hai analizzato come hanno fatto? Perché, se guardiamo ai fatti, qui non parliamo di furto di codici nucleari con metodi da film, ma di un’estrazione sistematica di dati dai database protetti.”

Il mio collega si sporge in avanti, la voce si fa più bassa, tecnica. “È qui che mi viene la pelle d’oca. Hanno trasformato l’accesso ai sistemi di classificazione, che servirebbe a proteggere le operazioni NATO.

 Si parla di accessi abusivi reiterati. Significa che non è stato un episodio isolato: hanno estratto dati, li hanno catalogati e probabilmente li hanno trasferiti tramite canali criptati, pensando che la loro ‘anzianità di servizio’ li rendesse invisibili ai log di controllo.”

— “Esatto,” rispondo. “È il peccato originale del nostro settore: l’eccessiva fiducia nel fattore umano. Abbiamo implementato sistemi di cyber-security sofisticatissimi, ridondanti, inespugnabili dall’esterno. Ma se la chiave, la password e l’autorizzazione sono in mano a chi ha perso la bussola, la barriera cade istantaneamente. È quello che definirei il fallimento della ‘fiducia tecnica’.”

— “Senza contare la gestione dei flussi,” continua lui. “Quella che noi chiamiamo leakage di informazioni. Hanno saputo cosa cercare: documenti riservati sull’interoperabilità delle forze alleate. Non hanno preso ‘spazzatura’; hanno preso ciò che, sul mercato nero dell’intelligence, ha un valore strategico altissimo perché espone le nostre vulnerabilità tattiche.”

— “Come quando analizzavamo i campi minati,” dico, ripensando ai miei anni da artificiere. “Tu puoi avere il miglior metal detector del mondo, ma se chi maneggia il dispositivo decide di non segnalare la mina, il disastro è inevitabile. Qui hanno trasformato l’operatività in una mina vagante. Hanno manomesso la ‘sicurezza del sito’ dall’interno.”

— “La cosa peggiore, Raffaele, è che ora dovremo ricostruire tutto,” sospira il mio collega. “Non solo le procedure di accesso – che cambieranno, diventeranno più stringenti, più invasive – ma la fiducia tra i reparti. Dovremo sottoporre a un’analisi quasi paranoica ogni procedura di ‘handling’ dei documenti classificati. Sarà un inferno procedurale.”

— “Un inferno necessario,” concludo.

“Perché nel nostro lavoro, se non ti fidi del compagno che è al tuo fianco mentre disinneschi un ordigno o mentre gestisci un dossier sensibile, sei morto. O, peggio, sei complice. Il controspionaggio ora non deve cercare solo un nemico esterno, deve bonificare l’area da chi ha dimenticato perché eravamo lì.”

Il silenzio torna a padroneggiare il tavolo. Sappiamo entrambi che il prezzo di questo tradimento non si misurerà solo in processi, ma in anni di lavoro di ‘bonifica’ dei nostri stessi sistemi di sicurezza.

di Raffaele Nocera