PAUROCRAZIA Ci hanno messi tutti nello stesso pentolone

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore e autore di narrativa investigativa

Ci hanno messi tutti nello stesso pentolone

«Lei è ignorante? Sì. Bravo. Viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere.»

Totò lo diceva per farci ridere. Oggi quella battuta fa un po’ meno ridere, perché sembra essere diventata il programma culturale del nostro tempo.

L’ignoranza di cui parliamo non è quella di chi non ha frequentato la scuola o non possiede un titolo di studio. È un’ignoranza nuova, costruita attraverso la fretta, la superficialità e la brevità.

Non leggiamo più: scorriamo.
Non approfondiamo: reagiamo.
Non ascoltiamo un ragionamento: aspettiamo una frase che confermi ciò che già pensiamo.

Sappiamo qualcosa di tutto, ma non conosciamo veramente nulla.

Una guerra viene raccontata in trenta secondi. Un problema economico diventa uno slogan. Un essere umano viene trasformato in una categoria: immigrato, clandestino, povero, privilegiato, nemico.

La realtà, invece, è complessa. Richiederebbe tempo, pazienza e soprattutto la volontà di distinguere. Ma distinguere è diventato faticoso. È molto più semplice indicare un colpevole.

Ci hanno messi tutti dentro un enorme pentolone.

Nello stesso pentolone hanno gettato la paura del futuro, il lavoro precario, gli stipendi insufficienti, le pensioni incerte, il costo della vita, le guerre, l’immigrazione, la criminalità e la perdita di fiducia nelle istituzioni. Poi hanno acceso sotto di noi il fuoco della comunicazione continua.

Ogni giorno una nuova emergenza, una nuova minaccia, un nuovo nemico.

Dentro quel pentolone non abbiamo più il tempo di capire da dove provenga veramente il nostro disagio. Sentiamo soltanto aumentare la temperatura, mentre qualcuno ci suggerisce contro chi dirigere la rabbia.

È proprio in questo spazio che nasce la Paurocrazia.

Non voglio chiamarla “nuova politica”, perché di politico possiede ormai ben poco. La politica dovrebbe affrontare la complessità, assumersi responsabilità, trovare soluzioni e costruire una visione del futuro.

La paurocrazia, invece, trasforma le paure reali in consenso, le difficoltà in rancore e il malessere sociale nella ricerca continua di un nemico.

L’estrema destra non inventa tutte le paure presenti nella società. Molte sono reali. Sarebbe un grave errore negare i problemi della sicurezza, dell’immigrazione incontrollata, delle disuguaglianze economiche e dell’assenza di prospettive.

La paurocrazia prende però problemi diversi, li mescola nello stesso pentolone e indica un’unica causa. Ti dice che esiste un solo nemico e ti promette che, una volta eliminato, tornerai ad avere sicurezza, lavoro, identità e dignità.

Non importa se la promessa sia realizzabile. Deve essere breve, comprensibile ed emotiva.

La Germania ci sta consegnando un segnale che non possiamo ignorare. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, raggiungendo il suo miglior risultato e affermandosi come prima forza politica regionale.

Alla base di questo successo vengono indicati il costo della vita, l’incertezza economica, le preoccupazioni per le pensioni e una profonda insoddisfazione verso il governo nazionale. Non si tratta più di una protesta marginale, ma di una frattura politica che riguarda tutta l’Europa.

Se un movimento di estrema destra raccoglie un consenso tanto vasto proprio in Germania, il Paese che più di ogni altro dovrebbe custodire la memoria delle conseguenze del nazionalismo esasperato, dobbiamo porci una domanda seria.

Non soltanto: «Perché avanza l’estrema destra?», ma anche: «Chi ha lasciato libero tutto questo spazio?».

La risposta non riguarda soltanto la sinistra. Quello spazio è stato abbandonato dall’intera politica.

La politica, nel suo insieme, si è allontanata dai problemi reali delle persone. La sinistra ha trascurato i lavoratori e le periferie, il centro si è limitato ad amministrare senza proporre veri cambiamenti e la destra moderata ha cominciato a usare le parole e gli slogan dell’estrema destra, credendo di poterla controllare.

In questo modo, la politica ha perso il contatto con la vita reale delle persone.

E la politica non sopporta gli spazi vuoti.

Quando i partiti smettono di ascoltare, il vuoto viene occupato da chi urla più forte. Quando non arrivano risposte concrete, attecchiscono le promesse più semplici: «Chiuderemo tutto.»

«Cacceremo tutti.» «Prima soltanto noi.» «Riprenderemo il controllo.»

Sono frasi che non richiedono spiegazioni, dati o verifiche. Funzionano perché offrono risposte immediate a persone che aspettano risposte da anni. Trasformano la rabbia in appartenenza e il nemico in una soluzione.

Ma il pericolo non riguarda soltanto chi pronuncia quelle parole. Riguarda una società che non possiede più il tempo e gli strumenti per interrogarle.

Abbiamo confuso l’informazione con la quantità di notizie ricevute. Essere continuamente raggiunti dalle notizie non significa essere informati. L’informazione richiede comprensione, confronto e memoria.

I social, invece, non ci lasciano il tempo di rimanere dentro un pensiero. Appena cominciamo a riflettere, arriva un’altra immagine, un altro video, un’altra indignazione. Ogni contenuto interrompe quello precedente prima che possa trasformarsi in comprensione.

Se un discorso dura troppo, ci annoia. Se richiede concentrazione, lo abbandoniamo. Se mette in dubbio le nostre convinzioni, scorriamo oltre.

Ma un pensiero continuamente interrotto non riesce a diventare autonomo.

Quando perdiamo l’abitudine ad approfondire, dubitare e collegare i fatti, finiamo per pensare attraverso le parole degli altri. Crediamo di avere un’opinione personale, mentre spesso stiamo soltanto ripetendo la frase o il titolo che ci sono stati mostrati più volte.

I social non hanno bisogno di imporci un pensiero. È sufficiente impedirci di costruirne uno nostro.

Una persona distratta può essere orientata. Una persona impaurita può essere spinta. Una persona che non approfondisce può essere convinta quasi di tutto, purché il messaggio sia semplice, ripetuto e accompagnato da un nemico riconoscibile.

Ecco perché siamo finiti tutti nello stesso pentolone.

La società non pensa più come un insieme di individui autonomi. Reagisce come una folla: si indigna a comando, dimentica a comando e cambia bersaglio a comando. Nel frattempo, i problemi reali rimangono irrisolti.

Questa brevità non è innocente. Una società che non approfondisce diventa più facile da spaventare e, quindi, più facile da guidare. Chi controlla la paura non ha bisogno di convincere: gli basta indicare una minaccia.

Esiste poi un altro pericolo, forse ancora più inquietante.

Quando la paurocrazia diventerà abbastanza forte, troverà davanti a sé una classe politica priva di spina dorsale. Molti rappresentanti della sinistra, del centro e della destra moderata potrebbero dimenticare rapidamente valori, programmi e appartenenze per salire sul carro del vincitore.

È già accaduto nella storia: coloro che inizialmente criticano una forza autoritaria finiscono per avvicinarsi a essa quando comprendono che può distribuire potere, incarichi e consenso.

A quel punto non assisteremmo più a una normale alternanza democratica. Potrebbe nascere qualcosa di politicamente mostruoso: una massa di opportunismi unita non da un progetto, ma dalla convenienza; non da valori comuni, ma dal desiderio di sopravvivere accanto al vincitore.

Qualcuno potrebbe considerare queste preoccupazioni troppo drastiche. Eppure la storia insegna che i passaggi più terribili raramente vengono riconosciuti mentre stanno cominciando.

Nella Germania che si avviava verso il nazismo, come nell’Italia che consegnò il potere al fascismo, moltissime persone non immaginavano fino a quale punto si sarebbe potuti arrivare. Pensavano che le istituzioni avrebbero controllato gli estremisti e che tutto sarebbe rimasto entro limiti accettabili.

Non accadde.

Questo non significa sostenere che l’Europa di oggi sia già uguale a quella del passato. Sarebbe una semplificazione storica. Significa ricordare che nessuna società è immune dall’autoritarismo e che anche le democrazie possono indebolirsi gradualmente, mentre la maggioranza continua a considerare impossibile il peggio.

All’epoca l’informazione era limitata e facilmente controllabile. Oggi il pericolo assume una forma diversa: non siamo privi di comunicazione, ne siamo sommersi.

Riceviamo migliaia di messaggi, ma abbiamo sempre meno tempo per comprenderli. La propaganda non deve più nasconderci le notizie. Può semplicemente annegarle in un mare di distrazioni, contraddizioni, indignazioni e menzogne.

Non siamo stati messi a tacere. Siamo stati addormentati dal rumore.

Per questo liquidare milioni di elettori come fascisti, razzisti o ignoranti sarebbe un’altra forma di superficialità. Dentro quel voto possono convivere estremismo, protesta, paura, esasperazione, bisogno di sicurezza e senso di abbandono.

Comprendere queste differenze non significa giustificare l’estrema destra. Significa contrastarla sul terreno della realtà, invece di limitarsi a condannarla moralmente.

La democrazia non si difende dicendo alle persone che le loro paure sono sbagliate. Si difende offrendo risposte credibili e impedendo che quelle paure vengano trasformate in odio.

Occorre tornare a distinguere: tra chi fugge e chi delinque, tra accoglienza e ingenuità, tra sicurezza e repressione, tra identità e nazionalismo, tra protesta e autoritarismo.

Dobbiamo recuperare il tempo del pensiero, imparare nuovamente a fermarci davanti a una notizia, verificarla e domandarci chi ce la stia raccontando e perché.

La libertà non consiste soltanto nel poter parlare. Consiste anche nel riuscire a formulare un pensiero che non sia stato preparato da qualcun altro.

Nel pentolone ormai ci siamo tutti: lavoratori, pensionati, giovani senza futuro e famiglie impaurite. La temperatura continua a salire, mentre qualcuno ci invita a guardarci con sospetto e a considerarci nemici.

Dobbiamo risvegliare le coscienze prima che la paura diventi obbedienza e l’obbedienza si trasformi in normalità.

Totò gridava: «Viva l’ignoranza!» e il pubblico rideva, perché comprendeva il paradosso.

Oggi rischiamo di non ridere più. Non perché Totò abbia smesso di essere divertente, ma perché quella battuta potrebbe essere diventata realtà.

Quando l’ignoranza smette di essere una battuta e diventa uno strumento politico, prepara una società che non pensa più con la propria testa.

Una società che può essere condotta ovunque.

Anche verso ciò che oggi continuiamo a considerare impossibile.