UNABOMBER TRENT’ANNI DOPO, L’INNESCO È ANCORA LÌ

di Raffaele Nocera – Operatore IEDD – Consulente / Perito Esplosivista -Scrittore e autore di narrativa investigativa

Un artificiere, un uomo senza volto e una domanda rimasta senza risposta: quando è esplosa davvero la prima bomba?

Oggi, a distanza di tre decenni, una domanda continua a rimanere sospesa. Non soltanto: «Chi era Unabomber?», ma una domanda molto più difficile: «Quando è esploso per la prima volta l’uomo che sarebbe diventato Unabomber?». È da questa domanda che nasce il mio nuovo saggio, in uscita a settembre, maturato dopo una vita trascorsa a occuparmi di esplosivi, ordigni, sicurezza e investigazioni. Non ho voluto scrivere l’ennesimo libro sugli attentati, né ricostruire semplicemente una cronologia e, soprattutto, non ho voluto trasformare l’uomo senza volto in un personaggio mitologico. Ho cercato qualcosa di diverso: ho cercato l’innesco umano.

Trent’anni. Sono passati trent’anni da quando, nell’estate del 1996, un ordigno nascosto nella sabbia di Lignano Sabbiadoro ferì gravemente Roberto Curcio, trasformando per molti italiani un gesto innocente — andare in spiaggia, raccogliere qualcosa dalla sabbia, vivere una giornata normale — in una possibile minaccia. Quell’episodio segnò una svolta nella vicenda dell’uomo che sarebbe diventato, nella cronaca italiana, Unabomber.

Prima dell’esplosione c’è sempre qualcosa

Un ordigno può essere studiato, analizzato, ricostruito; si possono esaminare i suoi componenti, le modalità di funzionamento, il luogo nel quale è stato collocato. Ma c’è una cosa che viene prima di tutto questo: la decisione. Prima dell’ordigno c’è un uomo che decide di costruirlo, prima della scelta del luogo c’è un uomo che osserva, prima della scelta della vittima c’è un uomo che stabilisce che qualcuno dovrà diventare una vittima. Ed è proprio in quello spazio invisibile, quello che separa il pensiero dall’azione, che ho cercato di entrare. Perché ogni attentato racconta certamente qualcosa dell’ordigno, ma può raccontare anche qualcosa di chi lo ha costruito: la pazienza, il controllo, la capacità di aspettare, la scelta del territorio, l’adattamento, il rapporto con il rischio, l’assenza o la presenza del bisogno di essere riconosciuto, la necessità di rimanere invisibile e, soprattutto, il rapporto con il potere.

In molti degli episodi attribuiti a Unabomber, la vittima non sapeva di essere tale, mentre l’attentatore sì. Questa asimmetria è una delle chiavi psicologiche più interessanti dell’intera vicenda: lui conosceva il pericolo, la persona davanti a lui no.

Non cercavo un mostro. Cercavo un comportamento.

È forse questa la parte più delicata del mio lavoro. Quando si parla di un attentatore seriale, siamo naturalmente portati a cercare il mostro: un individuo diverso da noi, un folle, un emarginato, un uomo facilmente riconoscibile. Ma proprio questo può essere uno degli errori più pericolosi. Il materiale che ho analizzato porta invece verso un’ipotesi molto più inquietante: quella di un individuo capace di apparire normale, una persona in grado di muoversi nel territorio senza attirare l’attenzione, di lavorare, di avere relazioni, di frequentare luoghi pubblici, di confondersi nella quotidianità e, parallelamente, di coltivare una vita segreta estremamente metodica.

Il profilo comportamentale che emerge non è quello dell’uomo impulsivo, bensì quello di una persona capace di pianificare, aspettare, modificare il proprio comportamento e, soprattutto, interrompere e riprendere la propria attività. La lunga pausa tra il 1996 e il 2000, per esempio, non dimostra da sola il motivo dell’interruzione, ma chiarisce qualcosa di importante: l’attività poteva essere sospesa. E questo apre una domanda psicologica fondamentale: che cosa succede nella vita di un uomo quando la sua ossessione può essere messa in pausa per anni e poi riattivata?

La vittima non era necessariamente la persona

C’è un altro elemento che mi ha colpito profondamente. Le vittime non sembrano appartenere a una categoria sociale, politica o ideologica precisa; non esiste un nemico dichiarato, non esiste un manifesto, non esiste una rivendicazione capace di spiegare chiaramente il perché. Esiste invece qualcosa di diverso: il comportamento della persona. Raccogliere, aprire, toccare, utilizzare, accendere, sedersi. In altre parole, l’attentatore sembra avere trasformato la normalità in una trappola. Ed è qui che il caso diventa, a mio avviso, qualcosa di più di una semplice vicenda criminale: diventa uno studio sul comportamento umano. Perché l’oggetto innocuo funziona proprio perché è innocuo: la vittima non viene attirata dall’eccezionale, viene attirata dal quotidiano. Ed è forse questa una delle intuizioni più inquietanti dell’intera vicenda.

Il vero enigma non è soltanto chi fosse

Per trent’anni abbiamo cercato un nome, un volto, un’identità, un colpevole. E giustamente. Ma mentre cercavamo l’uomo, forse abbiamo dedicato meno attenzione a una domanda diversa: che tipo di uomo era necessario essere per fare tutto questo? Non sto parlando di una diagnosi psichiatrica — non sarebbe scientificamente corretto formularla sulla base degli atti senza avere avuto accesso diretto alla persona — ma di comportamento. E il comportamento può essere osservato, confrontato, studiato, messo in relazione con la successione degli eventi. Nel mio saggio ho provato proprio a fare questo: separare ciò che sappiamo da ciò che possiamo ragionevolmente ipotizzare, il sospettato dall’autore, la tecnica dalla personalità e, soprattutto, il mito dalla realtà.

Un profilo che potrebbe sorprendere

Se dovessi riassumere oggi il profilo che emerge dalla mia analisi, non scriverei: «Un uomo esperto di esplosivi». Scriverei qualcosa di molto più inquietante: un uomo probabilmente ordinario nella vita quotidiana, ma straordinariamente metodico nella sua vita segreta. Un individuo capace di muoversi nel territorio senza apparire, capace di osservare, di aspettare, di adattarsi, di controllare il rischio e, soprattutto, capace di accettare l’invisibilità. Perché forse la sua forza più grande non è stata la capacità di costruire un ordigno, ma la capacità di non sembrare l’uomo che avrebbe potuto costruirlo.

LA FILOSOFIA DELL’INNESCO

È da qui che nasce il mio saggio. Non è un manuale di esplosivistica, non è un trattato di psicologia, non è una nuova cronologia degli attentati. È un viaggio dentro ciò che può accadere prima dell’esplosione. Poiché ho passato una vita professionale a cercare gli inneschi degli ordigni, questa volta ho cercato qualcosa di molto più difficile: l’innesco di un uomo.

La domanda che attraversa il libro è semplice soltanto in apparenza: quando è avvenuta la prima esplosione? Non quella che ha fatto rumore, non quella che ha ferito una vittima, non quella che è finita sui giornali. Quella dentro l’uomo. Quella che ha trasformato un pensiero in un’ossessione, un’ossessione in un progetto, un progetto in un gesto e quel gesto, infine, in un ordigno.

Trent’anni dopo, l’uomo è ancora senza volto

La vicenda giudiziaria non ha restituito quel volto. Le più recenti analisi genetiche sui reperti storici non hanno prodotto una corrispondenza con gli indagati sottoposti agli accertamenti e la vicenda investigativa si è chiusa senza consegnare alla giustizia un’identità certa. Il volto rimane quindi senza nome, ma questo non significa che il comportamento debba rimanere senza domande. Ed è forse proprio qui che comincia il mio libro. Perché un uomo può nascondere il proprio volto, il proprio nome, può persino rimanere per decenni un enigma, ma non può cancellare completamente le proprie scelte. Ogni scelta lascia una traccia; non necessariamente una traccia genetica, non necessariamente un’impronta. A volte lascia una traccia comportamentale. Ed è quella che ho cercato.

LA DOMANDA CHE VI LASCIO

Non vi chiedo, per ora, di chiedervi: «Chi era Unabomber?». Vi propongo una domanda diversa, molto più scomoda: «Che cosa deve accadere dentro un uomo perché un oggetto qualunque diventi, nella sua mente, uno strumento per colpire un’altra persona?». Trent’anni dopo Lignano, questa domanda è ancora lì. E forse è arrivato il momento di affrontarla.

LA FILOSOFIA DELL’INNESCO

Un artificiere, un uomo senza volto, trent’anni di domande. E una ricerca che comincia esattamente dove, fino a oggi, molti hanno smesso di cercare: prima dell’esplosione.