QUANDO IL CRIMINE DIVENTA SPETTACOLO

Ho visto criminali fare di tutto per non essere riconosciuti. Oggi, c’è chi accende una telecamera proprio per farsi vedere.

Per molti anni ho osservato il crimine da una posizione particolare: non soltanto attraverso i giornali o i racconti degli altri, ma vivendolo in prima persona tra le indagini, le scene dei reati, le persone coinvolte e le tracce lasciate dietro di sé.

E c’era una costante che, quasi sempre, accomunava chi aveva commesso un reato: la paura di essere scoperto. Il criminale cercava di non lasciare indizi, si copriva il volto, sceglieva auto anonime, evitava telecamere e testimoni, concentrandosi unicamente su come cancellare le proprie tracce.

Oggi assistiamo a qualcosa che, per chi ha conosciuto la criminalità di qualche decennio fa, sarebbe stato inimmaginabile. Il criminale accende lo smartphone, si filma, riprende la violenza e l’umiliazione della vittima, e pubblica tutto. Non per errore, né perché ignori di essere ripreso: lo fa perché vuole essere visto.

Ed è qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Quando chi commette un reato non teme più di essere riconosciuto, ma cerca attivamente di diventarlo, non siamo più davanti a un semplice problema di ordine pubblico, bensì a un profondo cambiamento culturale.

Chi ha vissuto il lavoro investigativo sa che, un tempo, il buio era il migliore alleato del criminale. L’anonimato, la distanza dalla vittima e l’impossibilità di essere identificati rappresentavano uno scudo protettivo. La fotografia, le telecamere e i testimoni incutevano timore, così come l’idea che qualcuno potesse ricostruire i fatti.

Oggi la tecnologia ha ribaltato questa logica. Lo strumento nato per comunicare e custodire ricordi si è trasformato in una videocamera puntata sul crimine, e la registrazione viene consegnata volontariamente al pubblico. Una realtà che deve allarmarci: non perché la tecnologia sia intrinsecamente negativa, ma perché la percezione delle conseguenze si è pericolosamente indebolita.

Un tempo, un’aggressione terminava con la fine dell’atto violento, una rapina quando il malvivente scappava, una rissa quando i contendenti si separavano. Oggi non è più così.

Oggi inizia una seconda vita: quella digitale. Il video viene pubblicato, si susseguono i commenti, le visualizzazioni impennano tra risate, applausi e condivisioni. Un episodio confinato a un vicolo o a un quartiere irrompe all’improvviso in migliaia di telefoni.

  • Il reato diventa spettacolo.
  • La violenza diventa intrattenimento.
  • La vittima si riduce a un’immagine.
  • L’autore assurge a protagonista.

È questa la dinamica che inquieta maggiormente.

Sarebbe semplicistico e scorretto sostenere che i social creino i criminali. La violenza esisteva ben prima di Instagram, TikTok o Telegram. Tuttavia, oggi disponiamo di un acceleratore senza precedenti: la gratificazione sociale immediata.

Non serve una ricompensa economica. Bastano un commento, un incremento di follower o un incoraggiamento per alimentare l’ego di chi cerca disperatamente un’identità o cerca validazione all’interno di un gruppo violento. Quando la violenza genera attenzione, la tentazione di ripeterla cresce esponenzialmente.

Il branco ha trovato una nuova piazza

Il branco non è scomparso; si è semplicemente trasferito su una piazza infinitamente più vasta. Se prima contava dieci ragazzi davanti a un bar, oggi può contare migliaia di utenti dietro a uno schermo, distribuiti in decine di città diverse.

Il gruppo non ha bisogno della compresenza fisica: comunica attraverso chat, commenta, incoraggia, provoca, sfida e trasforma una persona comune in un personaggio. Il ragazzo responsabile di una bravata non è più solo colui che ha commesso un errore, ma diventa “quello del video”. E se quella notorietà viene percepita come un successo, il limite successivo diventa molto più facile da superare.

Questo scenario ridefinisce il lavoro investigativo. La scena del crimine non è più soltanto la strada, la casa o l’automobile, ma si estende ai profili social, alle chat e ai messaggi digitali.

Il criminale moderno aggiunge nuovi strumenti ai vecchi comportamenti, lasciando tracce volontarie anziché involontarie. Si tratta di un paradosso: l’autore costruisce da solo le prove contro se stesso.

Tuttavia, questo non riduce la gravità del problema. Prima ancora che partano le indagini, quel video ha già umiliato la vittima, ispirato emuli, normalizzato la trasgressione e incoronato un modello negativo.

Il fenomeno non è una semplice impressione. Il 20 luglio 2026, una vasta operazione della Polizia di Stato contro la criminalità giovanile ha interessato 44 province italiane, portando a 539 arresti o fermi (di cui 47 minorenni) e a 954 denunce, con il sequestro di ingenti quantitativi di droga e armi.

Ma c’è un dato particolarmente emblematico: 973 profili social individuati per contenuti inneggianti all’odio, alla violenza fisica (anche contro le forze dell’ordine) e all’uso di armi.

Quel numero non fotografa 973 criminali attivi, ma descrive un ecosistema digitale in cui la violenza viene rappresentata, esaltata e condivisa. Quando una società si abitua alla violenza ridotta a intrattenimento, il problema non riguarda più solo chi impugna un’arma, ma chi sceglie di guardare.

Nei video di violenza si nota un’assenza assordante: la vittima diventa invisibile. Si inquadrano l’autore, gli amici, la scena e le reazioni, ma si oscura ciò che accade dopo.

Non si vede il ritorno a casa, la paura, il dolore dei genitori, il trauma psicologico, la denuncia, il lavoro degli investigatori, l’aula di tribunale o la sofferenza reale. Bastano pochi secondi di montaggio per cancellare tutto il resto. È la logica dello spettacolo: mostra ciò che fa audience e nasconde la realtà.

Dopo anni trascorsi a osservare la criminalità, una domanda continua a riaffiorare: dove è finita la paura delle conseguenze?

Non mi riferisco al timore delle forze dell’ordine, ma a qualcosa di più profondo: la paura di rovinare la propria esistenza, di ferire il prossimo, di perdere la libertà, di diventare irrimediabilmente ciò che non si voleva essere. Quando questo freno inibitorio svanisce e viene rimpiazzato dal culto della visibilità, il danno antropologico è compiuto.

Non dobbiamo limitarci a domandarci: “Perché ha commesso quel reato?” Dobbiamo iniziare a chiederci: “Perché ha sentito il bisogno di filmarlo?”

Questa seconda domanda svela il legame perverso tra il criminale e il pubblico, il bisogno di notorietà e la mercificazione della trasgressione. Ci costringe a prendere atto di quanto sia labile il confine tra ciò che condanniamo e ciò che, con la nostra attenzione passiva, contribuiamo a rendere popolare.

Il criminale di ieri si nascondeva; quello di oggi, spesso, si mette in vetrina. E poiché ogni spettacolo esige un pubblico, la responsabilità non ricade soltanto su chi compie il gesto, ma anche su chi lo guarda, lo condivide, lo esalta e lo rende virale.

Alla fine, il criminale potrà anche accendere la telecamera, ma siamo noi a decidere se spegnerla.

di Raffaele Nocera