Saman Abbas: quando Dio tace e parla la paura

Ci sono morti che chiedono giustizia. E poi ci sono morti che chiedono qualcosa di ancora più difficile: una riflessione. Saman Abbas appartiene a queste ultime. La cronaca ha assolto il suo compito. I processi hanno il dovere di accertare le responsabilità. Ma né la cronaca né il diritto riescono, da soli, a rispondere alla domanda più inquietante: come può una famiglia arrivare a considerare moralmente accettabile la soppressione della vita di una figlia?

Questa domanda ci costringe a entrare in un territorio più profondo, dove il diritto incontra la filosofia, la psicologia e persino la teologia. Perché ogni omicidio nasce molto prima del gesto. Nasce nelle idee. Nasce nei simboli. Nasce nei sistemi di pensiero che trasformano la persona in un mezzo anziché in un fine. Ed è proprio qui che il caso di Saman smette di appartenere soltanto alla cronaca e diventa uno specchio inquietante dell’essere umano. Quando la persona diventa un simbolo da sacrificare

Il filosofo danese Søren Kierkegaard sosteneva che l’uomo diventa veramente uomo solo quando sceglie. La libertà non è un privilegio: è il fondamento stesso dell’esistenza. Scegliere significa assumersi il rischio della propria identità. Rinunciare a scegliere significa rinunciare a essere.

Saman aveva scelto. Aveva scelto di amare. Aveva scelto di decidere della propria vita.

Aveva scelto di essere una persona prima ancora che una figlia.

Ed è proprio questa libertà ad aver infranto l’equilibrio di un sistema nel quale l’identità individuale era subordinata all’onore collettivo. Quando una comunità considera l’autonomia di una ragazza una minaccia, la libertà smette di essere un diritto e diventa una colpa.

La tragedia nasce esattamente in questo passaggio.

L’idolo dell’onore

Ogni società costruisce i propri idoli. Per alcuni è il denaro. Per altri il potere. Per altri ancora il prestigio sociale. Esistono però comunità nelle quali il vero idolo è l’onore. L’onore diventa una divinità invisibile alla quale sacrificare tutto. Perfino gli affetti. Perfino il sangue. Perfino una figlia. Quando questo accade, non siamo più davanti alla religione. Siamo davanti all’idolatria. La Bibbia, il Corano, il Vangelo e la Torah iniziano tutti con una denuncia dell’idolatria, perché ogni volta che un valore umano prende il posto di Dio, l’uomo finisce inevitabilmente per sacrificare altri uomini. Non è Dio a chiedere il sacrificio. È l’idolo. Ed è una differenza enorme.

Quando Dio diventa il nome della paura

Esiste una frase che attraversa quasi tutte le tradizioni religiose: “Non abbiate paura.” È una delle espressioni più ricorrenti nelle Scritture. Eppure, nella storia, gli uomini hanno spesso trasformato la religione nel linguaggio della paura. Quando Dio viene evocato per impedire la libertà di coscienza, forse non è più Dio che sta parlando. Sta parlando la paura. Paura del cambiamento. Paura del giudizio della comunità. Paura della perdita del controllo. La psicologia conosce bene questo meccanismo. Chi costruisce la propria identità sul dominio percepisce ogni autonomia come una minaccia esistenziale. La libertà dell’altro viene vissuta come un’umiliazione personale. Così il figlio smette di essere figlio. La figlia smette di essere figlia. Diventa un oggetto che deve ristabilire l’ordine infranto. È il meccanismo psicologico della disumanizzazione. Ogni genocidio. Ogni dittatura. Ogni persecuzione. Ogni femminicidio. Comincia sempre nello stesso modo. Qualcuno smette di vedere nell’altro una persona.

Hannah Arendt e il pericolo dell’obbedienza

La filosofa Hannah Arendt, riflettendo sul processo a Adolf Eichmann, parlò della celebre “banalità del male”. Non intendeva dire che il male fosse piccolo. Intendeva dire qualcosa di molto più inquietante. Il male diventa banale quando gli uomini smettono di pensare. Quando obbediscono. Quando rinunciano al giudizio morale. Quando sostituiscono la coscienza con la tradizione. Con la comunità. Con l’autorità. Con il “si è sempre fatto così”. Il male raramente nasce da mostri. Molto più spesso nasce da persone comuni che rinunciano alla responsabilità di interrogarsi. Ogni volta che qualcuno spegne la propria coscienza per accendere il conformismo, il male trova terreno fertile.

Viktor Frankl e la dignità inviolabile

Lo psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, scrisse che all’uomo può essere tolto quasi tutto. Tranne una cosa.La libertà di scegliere il proprio atteggiamento. Frankl aveva visto l’inferno. Eppure, continuava a credere che la dignità della persona fosse qualcosa che nessun potere potesse cancellare. La dignità non dipende dall’approvazione della famiglia. Non dipende dalla cultura. Non dipende dalla religione. Non dipende dall’onore.

La dignità appartiene semplicemente all’essere umano. Ed è proprio questa idea che ogni totalitarismo cerca di distruggere. Perché ogni sistema autoritario ha bisogno di convincere qualcuno che esistano persone il cui valore dipende dall’obbedienza. Frankl ci ricorda esattamente il contrario.

Ogni persona vale prima di ogni appartenenza. Prima della famiglia. Prima dello Stato. Prima della tradizione. Prima della comunità.

Il tradimento della religione

Attribuire il delitto di Saman alla religione sarebbe un errore tanto grave quanto attribuire le guerre al concetto stesso di patria. Le religioni possono essere manipolate. La fede può essere deformata. Il linguaggio sacro può essere trasformato in uno strumento di potere. Ma la violenza nasce quando l’uomo smette di cercare Dio e comincia a usare Dio. C’è una differenza decisiva tra chi si lascia interrogare dalla fede e chi pretende di piegare la fede ai propri interessi. Nel primo caso la religione converte il cuore. Nel secondo diventa un’arma. Quando Dio viene evocato per giustificare il dominio, probabilmente Dio è già stato sostituito dall’idolo del controllo.

La vera domanda

Forse il punto non è chiederci come sia stato possibile. La domanda più onesta è un’altra. Quanto di quella mentalità sopravvive ancora, sotto forme diverse, anche nelle nostre società? Ogni volta che un padre decide il futuro dei figli senza ascoltarli. Ogni volta che un marito pretende obbedienza. Ogni volta che una donna viene giudicata più severamente di un uomo. Ogni volta che il prestigio della famiglia vale più della felicità delle persone. Ogni volta che il controllo viene chiamato amore. Ogni volta che il possesso viene chiamato protezione. Ogni volta che la paura viene chiamata fede. Inizia lo stesso percorso. Cambiano le culture. Cambiano le lingue. Cambiano le religioni. Ma la struttura psicologica rimane identica. È sempre il tentativo di sostituire la libertà con il dominio.

Il silenzio di Dio

Forse la riflessione più dolorosa è questa. Dio non aveva bisogno di essere difeso. Aveva bisogno di essere ascoltato. Perché nessun Dio che abbia creato l’uomo libero può gioire quando quella libertà viene soffocata. Ogni autentica esperienza religiosa nasce dalla coscienza. Mai dalla coercizione. Mai dalla paura. Mai dalla violenza. Saman chiedeva soltanto ciò che appartiene a ogni essere umano dalla nascita: il diritto di decidere chi essere. Se una società considera questa richiesta una colpa, allora il problema non riguarda una ragazza. Riguarda tutti noi. Perché la civiltà non si misura dalla forza con cui difende le proprie tradizioni. Si misura dal coraggio con cui difende la libertà della persona, anche quando quella libertà mette in discussione le tradizioni stesse. Ed è forse qui che il nome di Saman smette di essere soltanto il ricordo di una giovane donna. Diventa una domanda rivolta a ciascuno di noi.

Che cosa siamo disposti a sacrificare pur di non mettere in discussione le nostre convinzioni?

La risposta a questa domanda decide il destino di ogni civiltà.

di Raffaele Nocera