La situazione che si sta delineando in questi giorni di luglio 2026 è di una gravità estrema. Da ex operatore che ha passato una vita intera in prima linea contro minacce concrete e invisibili, guardo a questi sviluppi con estrema preoccupazione, analizzandoli non tanto sotto il profilo puramente politico, quanto sotto quello della sicurezza reale.
Ecco alcune riflessioni che nascono da questa analisi:
Nel mondo dell’intelligence e della protezione, esiste un confine sottile tra la “propaganda di regime” e la “pianificazione operativa”. Quando un governo — in questo caso l’Iran, sotto la guida di Mojtaba Khamenei — non si limita a dichiarazioni generiche ma diffonde liste con nomi e cognomi di leader occidentali, sta cambiando le regole del gioco.
Per noi “del mestiere”, questa è una bandiera rossa. Significa che la minaccia non è più rivolta solo ai governi come entità astratte, ma ai singoli individui. Questo trasforma istantaneamente la postura di sicurezza di ogni leader da “protetta” a “sotto assedio permanente”.
Il vero punto critico, a mio parere, è l’appello a “ogni persona libera nel mondo”. È una formula che, tradotta in termini operativi, significa mobilitazione di attori non statali. Non stiamo parlando solo di eserciti regolari o di attacchi missilistici, ma di potenziali “lupi solitari” o cellule dormienti che vengono legittimate e incoraggiate dall’alto.
In passato, l’intelligence poteva mappare una minaccia tracciando i movimenti di un gruppo o di un apparato statale. Oggi, la decentralizzazione della minaccia rende quasi impossibile la prevenzione totale. È la tipica situazione in cui, per quanto tu possa blindare un leader, il rischio è annidato nelle pieghe del quotidiano.
Non dobbiamo guardare solo ai leader “fisici” in lista. La minaccia iraniana oggi è ibrida. In un momento in cui l’economia globale e la stabilità energetica sono già in bilico, la capacità di colpire infrastrutture critiche — o di minacciare lo Stretto di Hormuz — non è una tattica di negoziazione, è un’arma di destabilizzazione sociale. Quando colpisci il flusso energetico, colpisci la tranquillità di ogni singola famiglia. L’obiettivo è seminare il panico tra la popolazione, non solo tra i politici.
Il paradosso, come dicevamo nel dialogo tra i poliziotti, è che le democrazie occidentali sono intrinsecamente vulnerabili a questo tipo di ricatto. Se rispondiamo con la forza, rischiamo l’escalation che il regime iraniano potrebbe addirittura desiderare per compattare il consenso interno. Se non rispondiamo, perdiamo la credibilità e la protezione dei nostri rappresentanti. È un vicolo cieco strategico che richiede una freddezza glaciale.
La mia conclusione personale: Non siamo davanti a una crisi diplomatica passeggera. Siamo entrati in una fase in cui la sicurezza individuale e collettiva è diventata il terreno di scontro principale. La retorica del “mille missili pronti” è solo la punta dell’iceberg; il vero pericolo è la capacità di questo scontro di entrare nelle nostre città, nelle nostre vite, attraverso il web, il sabotaggio e la radicalizzazione.
La vigilanza deve essere massima, non solo per chi siede nelle stanze dei bottoni, ma per la consapevolezza che dobbiamo avere tutti noi su quanto il mondo sia diventato un posto dove la stabilità è, oggi, l’asset più prezioso e fragile che possediamo.
Ieri sera ci siamo ritrovati, come al solito, davanti a un bicchiere di vino. Tra una chiacchiera e l’altra, inevitabilmente, siamo finiti a parlare di quello che sta succedendo nel mondo. Due vecchi sbirri, con quarant’anni di servizio alle spalle, non riescono a spegnere il cervello quando vedono certe nubi all’orizzonte.
Ecco come ci siamo confrontati sulla situazione iraniana.
Vito: “Hai visto le ultime notizie, Raffaele? Ieri sera pensavo a quello che sta succedendo dopo il crollo del cessate il fuoco dell’8 luglio. Teheran ha cambiato musica, e non mi piace per niente.”
Raffaele: “L’ho visto, Vito. Quella ‘lista nera’ contro i leader occidentali per la morte di Khamenei non è la solita propaganda da quattro soldi. Quando inizi a fare i nomi e cognomi, stai passando dalle minacce generiche a una dichiarazione di guerra aperta. È un salto di qualità che mi mette i brividi.”
Vito: “Esatto. Siamo abituati al loro gioco diplomatico, al tira e molla di sempre. Ma con la successione di Mojtaba Khamenei, sembra che abbiano perso ogni freno. Quando dicono che ogni ‘persona libera nel mondo’ deve cercare vendetta, sanno bene cosa stanno facendo: stanno chiamando a raccolta chiunque, ovunque. È una minaccia asimmetrica, Raffaele. Come si fa a difendere un obiettivo quando l’obiettivo non è più solo un soldato, ma un politico, o peggio, un cittadino comune in qualsiasi città?”
Raffaele: “Sottovalutarli sarebbe un suicidio, Vito. Abbiamo passato una vita a imparare che quando un regime si sente con le spalle al muro, la logica sparisce e rimane solo l’ideologia. La moderazione è il primo costo che tagliano. Non è solo Hormuz e il petrolio, quello è il teatro visibile. Il problema vero è la minaccia ibrida.”
Vito: “Quella che non vedi finché non ti esplode tra le mani. La sicurezza dei vertici, per esempio. Adesso ogni leader è un bersaglio mobile. E poi c’è la cyber-sicurezza: pensano di colpire le infrastrutture critiche, di farci saltare i nervi con un blackout o un attacco mirato, proprio ora che l’economia è già in ginocchio per la crisi energetica.”
Raffaele: “E non dimenticare l’invito a colpire rivolto a chiunque. Per noi, che abbiamo fatto i conti con la prevenzione sul campo, è l’incubo peggiore. Come fai a intercettare una cellula isolata o un ‘cane sciolto’ che risponde a un appello via web? I metodi di intelligence classici fanno fatica a stare dietro a questo tipo di mobilitazione.”
Vito: “Stanno cercando di frammentarci, di spaccare il fronte. E ci stanno riuscendo se iniziamo ad avere paura di muoverci. La sfida, caro amico mio, non è più solo diplomatica. È esistenziale. Se le nostre democrazie iniziano a tremare davanti a queste minacce, abbiamo già perso.”
Raffaele: “Hai ragione. Non possiamo permettere che la paura detti la nostra agenda. Però, ignorare la portata di questo pericolo? No, quello è un lusso che non possiamo permetterci. Vigilanza, Vito. Sempre. Perché il mondo che abbiamo lasciato nelle mani dei nostri nipoti è diventato, in un attimo, un posto molto più pericoloso.”

