Squadra San Gennaro 01: Il mio passato, il mio romanzo

Oggi che il tempo ha un ritmo diverso, fatto di mattine lente, pagine da scrivere e il profumo buono delle cose semplici, mi capita spesso di guardare le mie mani. Sono le mani di un pensionato, adesso. Ma se chiudo gli occhi, sento ancora il freddo del metallo, l’odore acre della polvere pirica e degli esplosivi, sopra ogni cosa, quel silenzio assoluto, innaturale, che si crea intorno a te quando il mondo intero si allontana e rimani solo tu. Tu e l’ordigno.

La mia storia è iniziata in un anno che sembra lontanissimo: il 1983. Ero giovane, ma avevo dentro quella spinta pulita che ti fa scegliere la prima linea, dove il dovere non è una parola astratta, ma carne, sangue e responsabilità. È stato allora che ho imboccato la strada dell’antisabotaggio, un percorso fatto di studio ossessivo, disciplina ferrea e scuole di perfezionamento che ti forgiano la mente prima ancora del corpo.

Il primo vero spartiacque è stato a Nettuno, presso la Scuola di Perfezionamento per Ispettori della Polizia di Stato. Lì ho conseguito la qualifica come conduttore cinofilo antisabotaggio per la ricerca di esplosivi. Chi non ha mai fatto questo lavoro non può capire cosa significhi. Non si tratta solo di “addestrare un cane”. Significa fondere due anime in una sola. Diventi un’unica entità con il tuo compagno a quattro zampe. Tu metti la razionalità, lui ci mette l’istinto e un olfatto capace di scovare la morte dove l’occhio umano vede solo il nulla. Impari a leggere ogni minimo fremito della sua coda, il millimetrico cambiamento della sua postura. Ti affidi a lui, e lui si affida a te. Insieme, abbiamo camminato su terreni dove un solo passo falso avrebbe cancellato entrambi.

Ma l’antisabotaggio è una sfida in continua evoluzione. Il “nemico” studia, inventa, nasconde. E tu devi essere un passo avanti. Sempre. È in questo incessante scacchiere che si sono mossi i passi più delicati, quelli legati alla prima linea dell’antiterrorismo: un legame indissolubile con l’operatività sul campo che, tra le righe della mia memoria, porta il nome della Squadra Savona Ancona 01, una squadra dove la prontezza d’azione e la vigilanza erano l’unica barriera contro la minaccia.

Il mio percorso mi ha portato nel cuore tecnico del Genio Militare di Roma. Giornate infinite a studiare chimica, fisica, elettronica. Lì ho conseguito la qualifica EOD (Explosive Ordnance Disposal) e, successivamente, il traguardo più alto, il vertice operativo per un artificiere: la qualifica IEDD (Improvised Explosive Device Disposal). Gestire gli ordigni improvvisati significa entrare nella mente di chi ha costruito la trappola. Diventa un duello psicologico a distanza, un gioco di scacchi dove la posta in gioco è la tua vita e quella degli altri.

La mia fame di conoscenza tecnica mi ha spinto ancora oltre: prima all’Aeronautica Militare Italiana a Furbara per un’ulteriore specializzazione EOD, e poi al CISAM (Centro Interforze Studi Applicazioni Militari), dove la teoria scientifica diventa l’unica vera corazza contro l’imprevisto.

Oltre all’attività operativa sul campo, per anni ho messo la mia esperienza a disposizione della giustizia. Ho redatto centinaia di consulenze tecniche per le varie Procure della Repubblica d’Italia e perizie per i Giudici presso i diversi Tribunali italiani. Tutte consulenze e perizie riguardanti ordigni esplosivi, attentati e sequestri di materiale pirotecnico illegale, analizzando con rigore scientifico ciò che la criminalità cercava di celare.

Se chiudo gli occhi, c’è un luogo che più di tutti ha segnato i miei anni più maturi: l’aula bunker. Per oltre vent’anni sono stato il responsabile dell’antisabotaggio di quel perimetro blindato, teatro dei più grandi e delicati processi alla camorra e alla criminalità organizzata. Lassù, sullo scranno, si faceva la giustizia dello Stato; quaggiù, nel silenzio dei sotterranei, dietro le intercapedini, tra le file di sedie prima dell’ingresso del pubblico e dei detenuti, c’era il mio fronte.

Ogni mattina, prima che le luci si accendessero e le voci degli avvocati e dei magistrati riempissero l’aria, io ero lì. A bonificare, a cercare l’anomalia, a garantire che lo Stato potesse celebrare i suoi riti in assoluta sicurezza. Era una tensione sottile, una pressione che ti portavi a casa sotto la pelle, sapendo perfettamente quale valore simbolico e reale avesse quel pezzo di cemento armato.

Gli ultimi quarant’anni di storia italiana e internazionale sono passati, in qualche modo, anche attraverso le mie mani. Sono stato impiegato come unità antisabotaggio nei più importanti eventi internazionali che hanno scandito questo cambio di millennio. Summit, visite di capi di Stato, grandi manifestazioni dove gli occhi del mondo erano puntati e dove il minimo errore avrebbe scatenato l’inferno. Noi eravamo i fantasmi invisibili che vigilavano affinché tutto scorresse come se fosse normale.

Quando mi guardo indietro, c’è un numero che mi fa tremare i polsi, non per orgoglio, ma per profonda gratitudine verso il destino e la mia preparazione: oltre trecento. Oltre trecento ordigni esplosivi veri, letali, che ho disinnescato e messo in sicurezza nella mia carriera. Trecento volte in cui il tempo si è fermato. Trecento volte in cui ho sentito il mio respiro farsi lento nella mia tuta antisabotaggio, isolato dal mondo, focalizzato solo su un circuito, su un filo, su un congegno a pressione.

Oggi, come dicevo, sono in pensione. La tuta da artificiere è nell’armadio, i manuali tecnici convivono con i libri di narrativa e con le passioni che oggi riempiono le mie giornate. A chi mi chiede se mi manca, rispondo che quel lavoro non ti lascia mai veramente. Rimane nel modo in cui osservi una stanza quando entri, nella precisione dei gesti, nel rispetto sacro per la vita. Ho servito il mio Paese nell’ombra, proteggendo la luce. E oggi che guardo il tramonto senza l’ansia di un cercapersone che squilla, so che ogni singolo secondo di quel silenzio è valso la pena.