Quando conosci la minaccia puoi togliere spazio al nemico.

di Raffaele Nocera

Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – Scrittore di thriller e autore di narrativa investigativa

VIA D’AMELIO: LA SICUREZZA DOVEVA ARRIVARE PRIMA

Non mi domando soltanto come abbiano preparato l’autobomba. Mi domando come sia stato possibile lasciarle il posto per aspettarlo.

È da questa domanda che nasce la mia riflessione. Non è una ricostruzione giudiziaria e non vuole attribuire responsabilità individuali. È la riflessione professionale di chi ha lavorato per anni nell’antisabotaggio e sa che, quando la minaccia è conosciuta, la sicurezza non può limitarsi a reagire: deve anticipare.

Quando ripenso a quei giorni, lo faccio soprattutto con gli occhi dell’antisabotatore. Ed è da lì che nasce una domanda che mi accompagna ancora oggi.

La sicurezza assoluta non esiste. Chi ha lavorato per anni nell’antisabotaggio lo sa bene. Non esiste una procedura capace di annullare completamente il rischio e non esiste un dispositivo di protezione che possa garantire che un attentato non avverrà.

Ma esiste una differenza fondamentale tra rischio imprevedibile e rischio prevedibile.

Dopo Capaci, Paolo Borsellino non era un magistrato sottoposto a un generico livello di attenzione. Era un uomo esposto a una minaccia straordinaria. Via D’Amelio, inoltre, non era un luogo casuale. Lì abitava sua madre. Era un luogo che Borsellino frequentava. Proprio sulla sicurezza di quella strada e sulla presenza delle automobili parcheggiate sono emerse negli anni questioni che hanno trovato spazio anche negli atti parlamentari.

Ed è qui che, da artificiere e antisabotatore, il mio ragionamento diventa molto semplice.

Chi prepara un attentato non ragiona soltanto sull’esplosivo. Studia l’uomo. Studia le sue abitudini. Studia gli spostamenti. Studia i luoghi nei quali prima o poi dovrà comparire.

Per questo non considero sufficiente parlare della “sorpresa” dell’arrivo di Borsellino in via D’Amelio. La sorpresa può riguardare l’ora. Può riguardare il giorno. Non può cancellare la prevedibilità di un luogo abitualmente frequentato da un obiettivo esposto a un rischio così elevato.

Una scorta protegge l’uomo. L’antisabotaggio deve preoccuparsi anche del luogo nel quale quell’uomo sta per entrare. Sono due funzioni diverse che devono diventare una sola protezione.

Quando una personalità ad alto rischio raggiunge un luogo conosciuto, la domanda dell’antisabotatore non è soltanto: chi può avvicinarsi alla persona? La domanda è anche: che cosa troverà quando arriverà?

Un’automobile parcheggiata non è necessariamente una minaccia. Ma, in un contesto di rischio eccezionale, deve poter essere controllata, allontanata o comunque inserita in un sistema preventivo coerente con il livello della minaccia.

È questo il punto.

Non sto sostenendo che una singola misura avrebbe certamente impedito la strage. Sarebbe una conclusione che nessun professionista serio potrebbe garantire a posteriori. Sto dicendo qualcosa di diverso: quel luogo avrebbe dovuto essere trattato come un luogo sensibile.

Una preventiva bonifica antisabotaggio, il controllo delle vetture presenti, un’unità cinofila addestrata alla ricerca di esplosivi, la limitazione della sosta e un controllo sistematico dell’area avrebbero costituito differenti livelli di protezione.

Persino la semplice eliminazione della possibilità di lasciare automobili nelle immediate vicinanze dell’ingresso avrebbe modificato lo scenario nel quale gli attentatori dovevano operare.

Non è un’osservazione formulata soltanto oggi. Negli atti parlamentari è stata ricordata espressamente la questione della mancata rimozione delle automobili in via D’Amelio e delle richieste di maggiore sicurezza relative ai luoghi frequentati da Borsellino.

Questo rende la domanda ancora più dolorosa.

Capaci e via D’Amelio furono due stragi mafiose, ma dal punto di vista della prevenzione non possono essere lette nello stesso modo.

A Capaci l’attacco venne preparato lungo un percorso e con modalità che richiedevano soprattutto la capacità investigativa di scoprire preventivamente il progetto criminale. Per impedirlo sarebbe stato necessario penetrare l’organizzazione, intercettarne la preparazione, ottenere informazioni prima che il dispositivo fosse pronto.

Via D’Amelio presenta anche un altro problema. Qui esisteva un luogo ricorrente: la casa della madre.

E un luogo ricorrente, quando viene frequentato da una persona sottoposta a una minaccia eccezionale, diventa inevitabilmente parte dell’analisi del rischio.

Un attentatore studia le abitudini. La sicurezza deve fare esattamente la stessa cosa, ma prima di lui.

Questa, per me, è l’essenza dell’antisabotaggio: non aspettare di trovare la bomba. Costringere chi vuole collocarla a non trovare le condizioni per farlo.

Via D’Amelio produsse però qualcosa che andò molto oltre Palermo. Produsse paura.

Capaci aveva già mostrato agli italiani una potenza criminale che sembrava inconcepibile. Cinquantasette giorni dopo, l’assassinio di Borsellino e di cinque uomini e donne della sua scorta trasformò quella paura in qualcosa di ancora più profondo.

Non era esplosa soltanto un’automobile. Nella percezione collettiva era stata colpita nuovamente la capacità dello Stato di proteggere gli uomini che rappresentavano la sua risposta alla mafia.

Ed è questo uno degli effetti psicologici più devastanti degli attentati esplosivi.

L’esplosione dura pochi secondi. La sua onda psicologica può durare anni.

L’ordigno distrugge nel punto in cui viene collocato. La paura, invece, non conosce il perimetro della scena del crimine. Arriva nelle case. Entra nei giornali. Passa attraverso la televisione. Modifica la percezione della sicurezza di milioni di persone che si trovano a centinaia di chilometri dal luogo dell’attentato.

È una seconda onda d’urto. Invisibile.

Nell’antisabotaggio la protezione comincia molto prima dell’arrivo della personalità. Comincia dallo studio delle sue abitudini. Dal controllo del luogo. Dalla bonifica. Dall’eliminazione delle anomalie. Dalla riduzione delle opportunità offerte all’attentatore.

Perché quando conosci la minaccia non puoi eliminare completamente il pericolo. Puoi però togliere spazio al nemico.

Via D’Amelio ci ricorda ancora oggi quanto possa essere alto il prezzo quando quello spazio rimane disponibile.

E forse è questa la lezione più dura che porto con me dopo tanti anni di antisabotaggio:

La bomba esplode alla fine.
La sicurezza deve cominciare molto prima.