IL PROGETTISTA


C’è un modo diverso di guardare all’immigrazione.
Possiamo continuare a raccontarla come un problema, una minaccia, il colpevole di tutto ciò che non funziona; possiamo continuare a dividere gli italiani tra chi ha paura dello straniero e chi lo difende, o cercare un capro espiatorio ogni volta che la politica non riesce a governare un fenomeno.
Oppure possiamo fare qualcosa di completamente diverso: possiamo progettare il futuro.

Un Paese che vuole crescere non dovrebbe chiedersi soltanto quanti immigrati arrivano, ma domandarsi: di quali persone avremo bisogno fra dieci, venti, trent’anni? Questa è la differenza tra una politica che subisce gli eventi e una politica progettista.
L’Italia ha bisogno di industrie, infrastrutture, innovazione, agricoltura moderna, assistenza, edilizia e tecnologia. Ha bisogno di persone che lavorino, producano, consumino, paghino contributi e tasse, aprano attività, costruiscano famiglie e partecipino alla crescita della società. Se sappiamo che in determinati settori avremo bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori, perché aspettare che siano i flussi migratori incontrollati a determinare chi arriverà?
Andiamoli a cercare noi.
Non come manodopera da sfruttare, ma come persone da formare, qualificare e inserire in un progetto nazionale.

Immaginiamo un’Italia capace di stipulare accordi con i Paesi da cui provengono i maggiori flussi migratori. Se un’azienda italiana ha bisogno di mille saldatori, non aspettiamo che mille persone arrivino clandestinamente sulle nostre coste: creiamo un percorso. Selezioniamo le persone nei Paesi d’origine, insegniamo loro la lingua italiana, offriamo una formazione professionale, verifichiamo competenze e requisiti, garantiamo un contratto di lavoro prima della partenza, organizziamo l’arrivo attraverso canali regolari e accompagniamo l’inserimento abitativo e sociale.
E soprattutto, facciamo incontrare la domanda e l’offerta prima che inizi il viaggio.
A quel punto l’immigrazione non sarebbe più soltanto un fenomeno da gestire, ma diventerebbe una risorsa da progettare.

Naturalmente questo non significa aprire le porte indiscriminatamente. Significa esattamente il contrario: passare dal caos alla programmazione. Un Paese serio dovrebbe sapere quanti lavoratori servono, in quali settori, con quali competenze e in quali territori. Potremmo avere un vero Piano nazionale delle competenze, costruito insieme a imprese, università, istituti tecnici e regioni.
Le aziende dichiarano ciò di cui hanno bisogno, lo Stato programma, i Paesi d’origine collaborano alla formazione e i lavoratori arrivano attraverso percorsi regolari. L’impresa trova la persona che cerca, il lavoratore trova un lavoro vero e l’Italia aumenta la propria capacità produttiva.

Questa sarebbe una politica migratoria completamente diversa. Non più: «Quanti stranieri dobbiamo fermare?», ma: «Quante persone ci serviranno per costruire l’Italia dei prossimi trent’anni?». È una domanda apparentemente semplice, ma cambia completamente la prospettiva.
Perché il problema non è lo straniero: il problema è non avere un progetto.
Un Paese che invecchia e diminuisce demograficamente non può permettersi di considerare ogni lavoratore straniero soltanto come un’emergenza; deve avere il coraggio di trasformare una necessità in una strategia.

E qui nasce la figura del progettista.
Il progettista non alimenta la paura per ottenere consenso, non cerca un nemico da indicare alla folla, non usa l’immigrato per nascondere le proprie incapacità.
Il progettista guarda vent’anni avanti.
Calcola.
Prevede.
Forma.
Costruisce.
E, soprattutto, mette in relazione ciò che un Paese ha con ciò di cui avrà bisogno.

Forse il vero progressismo del futuro non sarà quello di chi urla più forte contro il passato, ma quello di chi avrà il coraggio di progettare il futuro. E allora potremmo scoprire una cosa paradossale: l’immigrazione non è necessariamente il problema che l’Italia deve risolvere, può diventare una delle risorse attraverso cui l’Italia può crescere. Ma soltanto se smettiamo di subirla e cominciamo a progettarla.
Perché una nazione moderna non aspetta semplicemente il futuro.
Lo costruisce.

di Raffaele Nocera