Il Questore Alfredo Marotta, trentacinque anni di servizio alle spalle e i capelli ormai uniformemente brizzolati, camminava senza sosta davanti all’ampia finestra del suo ufficio affacciata su via Medina. Ogni volta che arrivava al vetro si fermava per un istante, osservava il traffico caotico della città e poi riprendeva il suo andirivieni, come una belva in gabbia.
La scrivania era irriconoscibile. Giornali aperti, ritagli di stampa, appunti, fascicoli e faldoni si sovrapponevano in un disordine che rifletteva perfettamente quello che stava accadendo fuori da quelle mura.
Il Mattino, La Repubblica, i quotidiani online, i blog di cronaca locale: nel giro di meno di sei ore la notizia aveva fatto il giro di Napoli e del Paese. Qualcuno, all’interno della Scientifica o della Procura, aveva parlato.
Oppure, pensò l’ispettore Pasquale Conticchio, era stato l’assassino stesso a guidare i giornalisti, spingendoli a guardare proprio dove nessun altro aveva ancora osato.
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di Raffaele Nocera

