di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente tecnico e Perito Esplosivista – CTU/CTP – Scrittore e autore di narrativa investigativa
Quando il dolore non diventa odio: la lezione di due donne che il mondo dovrebbe ascoltare
Ci sono incontri che sembrano impossibili, non perché le persone siano lontane geograficamente, ma perché tra loro c’è qualcosa che, apparentemente, nessun ponte potrebbe attraversare.
Un uomo viene assassinato: è un sacerdote, sta celebrando la Messa e viene ucciso sull’altare della sua chiesa. Dall’altra parte ci sono i suoi carnefici, giovani radicalizzati, trasformati dall’odio in strumenti di morte. E poi restano loro, due donne: una è la sorella dell’uomo ucciso, l’altra è la madre di uno degli assassini.
Secondo la logica del nostro tempo, avrebbero dovuto odiarsi. Avrebbero avuto tutte le ragioni per farlo: una aveva perso un fratello, l’altra un figlio. Una poteva guardare l’altra e vedere il volto della tragedia che aveva distrutto la sua famiglia; l’altra poteva vivere schiacciata da un interrogativo terribile: come può una madre continuare a esistere, sapendo ciò che ha fatto suo figlio?
Eppure, si sono incontrate, si sono parlate, si sono ascoltate e, contro ogni logica apparente, sono diventate amiche.
Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel — ucciso il 26 luglio 2016 nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray — e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei suoi aggressori, oggi incarnano qualcosa che va molto oltre la loro vicenda personale. Rappresentano una domanda rivolta a tutti noi: che cosa facciamo del nostro dolore?
Il dolore è una forza. Può distruggere, può trasformarsi in rabbia, può diventare desiderio di vendetta. Può passare di mano in mano, di padre in figlio, di popolo in popolo, di generazione in generazione. Ed è proprio così che nascono molte delle guerre che continuano a insanguinare il mondo. Qualcuno uccide, qualcun altro risponde, e la reazione genera un’altra reazione: un’offesa diventa una vendetta, la vendetta diventa una giustificazione e, a un certo punto, nessuno ricorda più dove tutto è cominciato. Resta soltanto l’odio.
Oggi viviamo in un contesto in cui tutto sembra a portata di mano: è facile scegliere da che parte stare, indicare un nemico, insultare chi la pensa diversamente, dividere il mondo tra buoni e cattivi. È immediato scrivere una frase sui social, condannare qualcuno, augurargli il peggio e sentirsi dalla parte della ragione; è agevole, soprattutto, odiare chi appartiene allo schieramento opposto.
Molto più difficile è fermarsi, guardare un essere umano e chiedersi che cosa c’è dietro la sua sofferenza.
Roseline avrebbe potuto odiare Nassera; Nassera avrebbe potuto nascondersi per tutta la vita dietro la vergogna, il silenzio e la paura. Invece si sono incontrate e, in quell’incontro, è accaduto qualcosa che dovrebbe far riflettere. Il dolore non è scomparso, il perdono non ha cancellato ciò che è avvenuto. Nessuno può restituire una vita a padre Jacques Hamel, nessuno può mutare il gesto compiuto da quel ragazzo. Il perdono, infatti, non significa definire non grave ciò che è stato fatto, né comporta la cancellazione delle responsabilità o della memoria. Perdonare non vuol dire assolvere il male, ma impedire al male di continuare a vivere dentro di noi.
Ed è questa, forse, la lezione più grande. Perché continuiamo a credere che la forza risieda nella reazione: un pugno per un pugno, un insulto per un insulto, una bomba per una bomba, una morte per una morte.
Ma se ogni ferita deve produrre un nuovo tormento, allora il mondo è condannato a non guarire mai. Qualcuno, prima o poi, deve avere il coraggio di spezzare la catena. E interromperla non significa essere deboli; al contrario, ci vuole più coraggio ad abbracciare la persona che incarna la nostra perdita che a continuare a odiarla per l’intera esistenza.
Roseline e Nassera non impartiscono una lezione teorica, né parlano dall’alto di una cattedra. Parlano dalla parte più impervia dell’esistenza, quella di chi ha perso qualcuno. Proprio per questo la loro storia ha una forza straordinaria, perché avrebbero avuto il pieno diritto umano di chiudersi nell’ostilità; invece hanno scelto l’incontro. Avrebbero potuto restare per sempre divise da un muro, invece hanno costruito un ponte.
Oggi, mentre il pianeta appare scosso da nuove guerre, fanatismi e divisioni, dovremmo fermarci un momento davanti alla storia di queste due donne e interrogarci sulla direzione che stiamo prendendo. Perché la guerra non comincia soltanto quando esplode una bomba; comincia molto prima, nelle parole, quando smettiamo di ascoltare, quando chi la pensa diversamente diventa automaticamente un nemico, quando un popolo intero viene identificato con i suoi peggiori rappresentanti, quando la sofferenza altrui smette di interpellarci e crediamo che il nostro dolore valga più di quello degli altri.
E allora la realtà si frammenta: famiglie contro famiglie, popoli contro popoli, religioni contro religioni, destra contro sinistra, noi contro loro. Una lotta fratricida che, sovente, combattiamo senza nemmeno rendercene conto.
Il mondo difficilmente cambierà grazie a un grande discorso, a una dichiarazione politica o a una nuova strategia. Potrebbe invece cominciare a trasformarsi quando un singolo decide di non rispondere all’odio con altro odio, quando sceglie di ascoltare, quando tende una mano. Quando due donne, che avrebbero avuto mille ragioni per non incrociarsi mai, decidono di sedersi l’una di fronte all’altra e di riconoscersi: non come la parente della vittima e la madre del carnefice, ma, prima di tutto, come due esseri umani. Due anime ferite, unite da un vissuto profondo e diverso. Due persone che hanno compreso una verità dimenticata: l’odio spiega molte cose, ma non ne guarisce alcuna.
Il tempo presente ha bisogno di forza, ma è urgente ridefinire che cosa significhi davvero essere forti. Forte non è soltanto chi reagisce, chi colpisce o chi prevale. A volte il più forte è colui che, dopo aver conosciuto l’abisso del dolore, decide di non consegnarlo in eredità agli altri.
Roseline e Nassera tracciano una rotta. Non è una via semplice, né una scorciatoia che cancella il passato, ma è una strada percorribile: quella del perdono, dell’abbraccio, dell’amicizia, dell’amore. Parole che oggi rischiano di apparire fragili, quasi ingenue, di fronte alla violenza della storia; eppure, sono proprio queste le chiavi più rivoluzionarie a nostra disposizione. Una bomba può abbattere una chiesa, un attentato può spezzare una famiglia, l’odio può sconvolgere molte esistenze, ma c’è un limite che non riuscirà mai a varcare: impedire a due persone, travolte dalla stessa tragedia da sponde opposte, di decidere di non diventare nemiche.
Dovremmo allora guardarle, non con passeggera commozione, ma come esempio. Perché se la sorella di un uomo assassinato e la madre di uno dei suoi assassini hanno trovato la forza di incontrarsi, anche noi possiamo trovare il modo di parlare con chi dissente. Se loro hanno trovato il coraggio dell’abbraccio, possiamo smettere di trasformare ogni diversità in un conflitto. Se loro hanno scelto di non lasciare che il dolore generasse altra distruzione, allora il domani ha ancora una chance.
La pace non comincia nei palazzi del potere, ma molto più vicino: dentro ciascuno di noi, nel momento esatto in cui, di fronte all’odio, si decide di non alimentare la catena. Forse è questa la vera eredità che due donne, incontrandosi dopo una tragedia che avrebbe potuto dividerle per sempre, stanno consegnando al mondo.
Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo decidere che cosa farne. Possiamo tramutare il dolore in rancore, oppure possiamo trasformarlo in un ponte. Roseline e Nassera hanno scelto il ponte. E forse, in un mondo che continua ad innalzare muri, dovremmo avere il coraggio di seguirle.

