di Raffaele Nocera
Operatore IEDD – Consulente / Perito Esplosivista -Scrittore e autore di narrativa investigativa
Un attentato che sembrava mafioso, poi l’indagine ha cambiato direzione. Ci sono attentati nei quali l’esplosione rappresenta soltanto l’inizio dell’indagine, e il caso di Sigfrido Ranucci appartiene a questa categoria.
La notte del 16 ottobre 2025, davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report, a Pomezia, un ordigno esplose distruggendo due automobili e danneggiando il cancello e il muro perimetrale della casa, sebbene nessuna persona sia rimasta ferita. All’inizio, l’interpretazione più immediata sembrava quella di un’intimidazione riconducibile alla criminalità organizzata, poiché la modalità, il tipo di esplosivo e la scelta del bersaglio portavano naturalmente verso quella pista. Poi, lentamente, l’indagine ha cominciato a raccontare un’altra storia.
A giugno 2026 sono state arrestate quattro persone ritenute coinvolte nell’esecuzione materiale dell’attentato, successivamente l’attenzione degli investigatori si è concentrata su Valter Lavitola, indicato dalla Procura come il presunto mandante, e il 10 agosto è arrivato l’arresto. E il 12 agosto è arrivata la svolta più sorprendente: durante l’interrogatorio di garanzia, durato oltre cinque ore, Lavitola ha ammesso di essere il mandante. La sua spiegazione, tuttavia, è ancora più sorprendente dell’ammissione, poiché avrebbe organizzato l’attentato sostenendo di voler proteggere Ranucci e favorire un aumento della sua scorta.
A questo punto la domanda non è più soltanto chi ha messo la bomba, ma come ci sono arrivati gli investigatori.
1. L’ordigno: il primo elemento che parla
Dal punto di vista dell’artificiere, ogni esplosione lascia una storia, perciò non bisogna guardare soltanto ciò che è stato distrutto, ma bisogna osservare ciò che è rimasto. I rilievi della Sezione Rilievi e della Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma, insieme agli accertamenti del RIS, hanno individuato nell’ordigno una carica costituita da gelatina da cava.
Si tratta di un elemento investigativamente importante, non perché permetta da solo di individuare l’autore dell’attentato, ma perché può fornire indicazioni sulla provenienza e sui circuiti attraverso i quali il materiale esplosivo è stato reperito. Gli investigatori hanno sottolineato proprio questo aspetto, parlando di un materiale obsoleto ma dotato di notevole capacità distruttiva e indicativo di una rete illecita di approvvigionamento.
Qui è fondamentale fare una distinzione, poiché l’esplosivo non indica automaticamente il mandante, ma può invece diventare una tessera del mosaico. L’artificiere identifica la natura della carica, studia gli effetti dell’esplosione, ricostruisce la posizione dell’ordigno e fornisce agli investigatori dati tecnici. Poi entra in gioco l’indagine, e spesso è proprio la combinazione tra indagine tecnica e investigazione tradizionale a produrre il risultato.
2. La scelta del luogo
Un altro elemento fondamentale è rappresentato dalla posizione dell’ordigno, che non era stato collocato in un luogo isolato, bensì davanti all’abitazione di Ranucci, in un contesto residenziale, vicino a veicoli parcheggiati. Secondo gli atti investigativi, la situazione avrebbe potuto produrre conseguenze molto più gravi di quelle effettivamente verificatesi, e questo aspetto è importante anche dal punto di vista dell’analisi artificieristica.
Quando si esamina un’esplosione non si deve considerare soltanto l’obiettivo apparente, ma bisogna chiedersi quale fosse realmente il rischio accettato da chi ha collocato l’ordigno. Un’esplosione davanti a un’abitazione non coinvolge soltanto il bersaglio, ma coinvolge l’ambiente circostante, le persone presenti, le strutture, i veicoli e tutto ciò che può essere interessato dagli effetti della detonazione, ed è uno degli elementi che ha contribuito a rendere particolarmente grave la contestazione formulata dagli inquirenti.
3. L’errore degli attentatori: il sopralluogo
Qui, secondo me, c’è uno degli aspetti investigativamente più interessanti dell’intera vicenda: il sopralluogo. Chi prepara un’azione criminale ha bisogno di conoscere il territorio, ma proprio questa necessità può diventare una vulnerabilità. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il 15 settembre 2025, circa un mese prima dell’attentato, Valter Lavitola avrebbe effettuato un sopralluogo nella zona dell’abitazione di Ranucci insieme a Clesio Tavares Gomes, e quell’elemento è diventato particolarmente significativo quando gli investigatori hanno ricostruito i successivi movimenti degli esecutori.
Per chi ha esperienza di attività antisabotaggio, il principio è intuitivo: un attentato non comincia quando esplode la bomba, ma comincia molto prima, quando qualcuno osserva il luogo, studia gli accessi, individua il bersaglio, verifica la possibilità di avvicinarsi, organizza il viaggio, sceglie i mezzi e stabilisce come arrivare e come allontanarsi. Ogni fase lascia potenzialmente una traccia.
4. La Fiat 500 X: la strada diventa una telecamera
Ed è qui che l’indagine compie un altro salto di qualità, poiché una telecamera installata lungo la SS 148 Pontina, a diversi chilometri dall’abitazione di Ranucci, avrebbe consentito di individuare una Fiat 500 X. L’autovettura risultò noleggiata in Campania, ma soprattutto fu possibile ricostruirne il percorso verso Roma e il rapido ritorno nelle ore successive all’attentato.
Questo è un passaggio investigativo fondamentale, perché l’automobile, da semplice mezzo di trasporto, diventa una sorta di filo conduttore. Gli investigatori possono chiedersi chi l’abbia noleggiata, chi la utilizzasse, da dove sia partita, dove si sia fermata, quali telefoni fossero presenti lungo lo stesso percorso e se gli stessi soggetti fossero già passati da quelle zone durante il sopralluogo. Ed è proprio questa sovrapposizione che avrebbe fornito uno degli elementi più importanti dell’indagine.
5. I telefoni raccontano la strada
Il telefono cellulare è diventato uno degli strumenti più potenti della moderna investigazione, non perché dica necessariamente cosa una persona abbia fatto, ma perché può aiutare a ricostruire dove si trovava un dispositivo e con quali altri dispositivi entrava in relazione. Nel caso Ranucci, l’analisi dei tabulati telefonici e telematici avrebbe avuto un ruolo decisivo.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i dati delle celle telefoniche utilizzate dagli esecutori materiali mostravano un percorso sovrapponibile a quello della Fiat 500 X, e non soltanto nella notte dell’attentato, ma anche durante il precedente sopralluogo. Questo è un elemento molto più forte della semplice presenza di un’auto sospetta, perché comincia a formarsi una sequenza logica fatta di sopralluogo, spostamenti, telefoni, automobile, attentato e rientro. L’investigatore non cerca necessariamente la singola prova risolutiva, ma cerca la convergenza delle prove, e quando più elementi indipendenti raccontano la stessa storia, il quadro investigativo diventa progressivamente più solido.
6. Dalla manovalanza al mandante
La prima parte dell’indagine porta quindi verso gli esecutori, ma individuare chi materialmente ha commesso un attentato non significa necessariamente aver individuato chi lo ha ordinato, ed è qui che l’indagine cambia livello. Secondo la Procura, un ruolo di collegamento sarebbe stato svolto da Clesio Tavares Gomes, indicato come intermediario, e gli investigatori hanno poi ricostruito i rapporti tra Gomes e Lavitola.
Un elemento particolarmente significativo è che Gomes lavorava dal 2017 in un ristorante riconducibile a Lavitola, e secondo l’accusa sarebbe stato proprio Lavitola a incaricarlo di individuare persone in grado di procurare l’esplosivo e realizzare l’azione. Qui compare una delle regole fondamentali dell’investigazione: seguire i rapporti personali può essere più importante che seguire soltanto il reato, domandandosi chi conosce chi, chi lavora per chi, chi paga chi, chi comunica con chi, chi dispone di risorse, chi può procurare qualcosa e chi scompare dopo l’attentato. Sono domande semplici, ma spesso sono proprio le domande semplici a costruire un’indagine complessa.
7. La fuga dell’intermediario
Un altro tassello è rappresentato dal comportamento successivo all’attentato, poiché, secondo gli investigatori, Gomes sarebbe successivamente partito per il Camerun. Gli atti dell’inchiesta indicano inoltre che Lavitola avrebbe mantenuto rapporti con lui e si sarebbe interessato alla sua assistenza legale e alla sua permanenza all’estero.
Anche questo, preso singolarmente, non dimostrerebbe automaticamente la responsabilità di una persona, ma nell’indagine criminale il comportamento successivo al fatto può diventare importante quando si inserisce in una sequenza già documentata. Ed è proprio questo il punto: le prove non vanno considerate come fotografie isolate, ma vanno lette come una pellicola, considerando il prima, il durante e il dopo.
8. L’elemento più inquietante: il rapporto tra Ranucci e Lavitola
A rendere il caso ancora più particolare è il rapporto personale tra il giornalista e quello che gli investigatori hanno successivamente indicato come mandante, dato che Ranucci e Lavitola si conoscevano ed erano amici. La notizia dell’arresto di Lavitola ha quindi completamente modificato la lettura pubblica della vicenda.
Il 12 agosto 2026 Lavitola ha ammesso davanti al gip di essere il mandante dell’attentato, ma ha fornito una spiegazione che dovrà essere verificata nel procedimento, sostenendo, secondo la sua versione, di non aver voluto uccidere Ranucci, bensì di aver voluto provocare una situazione che determinasse un rafforzamento della sua scorta, escludendo inoltre una motivazione politica.
Qui l’investigatore deve fermarsi, perché confessione non significa automaticamente verità assoluta su ogni dettaglio. Una persona può ammettere un fatto e contemporaneamente fornire una propria interpretazione delle motivazioni, e saranno gli elementi oggettivi dell’indagine, le intercettazioni, i dati telefonici, i rapporti economici, i sopralluoghi, le comunicazioni e gli altri riscontri a stabilire quanto della sua versione sia credibile.
9. Il vero errore non è stato tecnico
Se guardiamo la vicenda con gli occhi di un artificiere, potremmo essere tentati di concentrarci sull’ordigno, ma l’ordigno, paradossalmente, potrebbe essere stato soltanto l’elemento più evidente. L’errore più importante degli attentatori sembra essere stato lasciare una catena di collegamenti fatta di un’automobile, un sopralluogo, dei telefoni, degli spostamenti, una rete di rapporti personali, un intermediario, un possibile mandante e, soprattutto, una serie di comportamenti successivi all’attentato.
È questa la vera lezione investigativa: chi commette un attentato pensa spesso all’esplosione, mentre l’investigatore pensa a tutto ciò che viene prima e dopo.
10. L’esplosivo è soltanto una parte della storia
Nel mio lavoro di artificiere ho imparato che davanti a un ordigno non bisogna mai fermarsi all’apparenza. L’esplosione è il momento più spettacolare, quello che vede il pubblico attraverso il boato, il fuoco, il fumo, i vetri rotti e le automobili distrutte, ma tecnicamente l’esplosione è soltanto la conclusione di una catena.
E quella catena può essere analizzata chiedendosi chi abbia procurato il materiale, come sia arrivato, chi abbia individuato il bersaglio, chi abbia effettuato il sopralluogo, chi abbia trasportato l’ordigno, chi fosse presente, chi abbia dato l’ordine, chi abbia pagato, chi sia fuggito e chi abbia cercato di proteggere qualcuno. Sono queste le domande che trasformano un’esplosione in un’indagine.
11. La lezione del caso Ranucci
Il caso Ranucci dimostra una cosa che vale per moltissime indagini moderne, ovvero che la criminalità lascia una firma digitale anche quando pensa di non lasciarne alcuna. Una telecamera può registrare un’automobile a chilometri di distanza, un cellulare può contribuire a ricostruire uno spostamento, un noleggio può identificare un utilizzatore, un sopralluogo può essere ricostruito settimane dopo, un rapporto personale può condurre a un intermediario e un comportamento successivo all’attentato può diventare un ulteriore elemento di verifica.
La bomba distrugge, l’indagine ricostruisce, e proprio questa è, a mio avviso, la parte più interessante del caso.
CONCLUSIONE
Quando nella notte del 16 ottobre 2025 esplose l’ordigno davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, la prima domanda fu inevitabilmente chi volesse colpire Ranucci. Oggi, dopo mesi di indagini e dopo la confessione di Lavitola, la domanda è diventata molto più complessa: perché un uomo vicino alla vittima avrebbe organizzato un attentato contro di lui?
La risposta fornita da Lavitola, ovvero farlo per il suo bene e ottenere un rafforzamento della scorta, dovrà essere confrontata con gli elementi raccolti dagli investigatori e con quanto emergerà nel procedimento. Ma c’è una lezione che va oltre questo singolo caso: un attentato non è soltanto una bomba, ma è una catena di decisioni, e ogni decisione può lasciare una traccia.
L’artificiere osserva i resti dell’esplosione, l’investigatore osserva tutto ciò che l’ha preceduta e tutto ciò che l’ha seguita, ed è mettendo insieme questi due sguardi che una bomba smette di essere soltanto un ordigno e diventa una storia investigativa.

